Divisione del voi.
Moltiplicazione del noi.
Addizione del tu.
Sottrazione dell’io.
di Max Franti
Autore, collettore
Divisione del voi.
Moltiplicazione del noi.
Addizione del tu.
Sottrazione dell’io.
di Max Franti
Pendo dalle tue labbra.
Impiccato.
di Max Franti
Ascolta senza posa
oltre le tue mura:
il vento senza paura
carezza ogni cosa.
di Max Franti
Non so con quale sapere consumato
hai trovato la formula del mio nome.
Né so la lingua da cui hai ricavato
le parole per la mia definizione.
Né conosco lo strumento complicato
che ha fatto, delle mie stelle, una costellazione.
Forse è così semplice che non so pensarlo
così complicato che non so ridirlo.
Ma certo l’alchimia è quella di sempre:
nel buio ascolto di te stessa
è sorta la luna del mio nome.
di Max Franti
Stanno al suolo i germani reali,
è notte. Chiocciano
nel sonno e intanto sognano
il Messico e l’Honduras. Si china
il crescione su un fosso d’acqua irrigua
e i salici si abbassano,
sotto il peso dei corvi.
Campi di riso galleggiano sotto la luna.
E anche le foglie d’acero bagnate s’aggrappano
al parabrezza. Ti dico Maryann,
sono felice.
da Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, p.81.
Questo amore
Questo amore malato, denutrito, fatto di parole smozzicate.
Questo amore usato, digerito, buttato in pasto al popolo ignorante
come fosse una cosa interessante.
Questo amore corrotto dalla noia,
dei grandi amatori della storia,
masticato da cento letterati,
vomitato da principi e prelati.
Questo amore che accoglie, che perdona,
fatto per gente dalla bocca buona.
E’ un amore di fradicia letizia, che assolve tutto, pure l’ingiustizia.
Questo amore sciancato, deficiente,
sbattuto sulla faccia della gente come l’osso al cane disperato.
Questo amore scarnito, rosicchiato, coi suoi stracci di corpo denudato.
Questo amore di cui si parla tanto, celebrato con tutte le grancasse.
Questo amore è disceso tra le masse, elargito per grazia del potere
perché tutti ne possano godere.
E’ un amore deforme, malandato,
generato dal vecchio capitale
tra le cosce del mondo occidentale.
Per questo amore è meglio non cantare
perché non c’è una musica che tenga.
E questa mia canzone sgangherata non sa nemmeno cosa la sostenga.
Avesse almeno la grazia più sgolata di una puttana sola, disperata,
piuttosto che la facile malia, il fascino penoso
di nostra borghesia.
Ma quell’amore che era una certezza si è assopito con l’ultima carezza.
Ha ripiegato pian piano le sue foglie rinunciando per ora alle sue voglie.
L’anima mia per questo si è ammalata non sogna più e resta addormentata.
Prima che il vuoto tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci si innamori.
Prima che il vuoto tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci si innamori.
di Roberto Lerici.
Te
lasciarti essere te
tutta intera
Vedere
che tu sei tu solo
se sei
tutto ciò che sei
la tenerezza
e la furia
quel che vuole sottrarsi
e quel che vuole aderire
Chi ama solo una metà
non ti ama a metà
ma per nulla
ti vuole ritagliare a misura
amputare
mutilare
Lasciarti essere te
è difficile o facile?
Non dipende da quanta
intenzione e saggezza
ma da quanto amore e quanta
aperta nostalgia di tutto
di tutto
quel che tu sei
Del calore
e del freddo
della bontà
e della protervia
della tua volontà
e irritazione
di ogni tuo gesto
della tua ritrosia
incostanza
costanza
Allora
questo
lasciarti essere te
non è forse
così difficile
di Erich Fried, E’quel che è. Poesie d’amore, di paura, di collera, Einaudi, Torino, 1983, p.60.
Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta
fino a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.
Di Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere, 2017, p.7.
Devi perseverare
usare buona pazienza.
Ricordalo, se vuoi arrivare
al punto partenza.
Di Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, 1999, p. 524.
Ritorni, moltiplicata e continua
in ogni passo
in ogni volto o memoria.
Ritorni, enigma costante
come ultimo orizzonte
laddove non c’è più orizzonte
come ultimo ricordo dopo ogni ricordo
come ultimo ieri d’uno ieri più remoto.
Resti acqua oltre ogni schiuma e ti trasformi
sempre in te stessa.
Persisti oltre gli abbandoni.
Da lontano non si percepisce
il moto del tuo silenzio, che insiste.
Eppure ritorni
chiedendo quasi permesso
e continui a battere
oltre il cuore stesso.
di Max Franti
Dipinta, non vuota:
dipinta è la mia casa
del colore delle grandi
passioni e disgrazie
Ritornerà dal pianto
dove fu portata
con il suo tavolo deserto
con il suo letto rovinoso.
Fioriranno i baci
sopra i cuscini.
E intorno ai corpi
solleverà il lenzuolo
il suo intenso rampicante
notturno, profumato.
L’odio ammortisce
dietro la finestra.
Sarà artiglio soave.
Lasciatemi la speranza.
di Miguel Hernàndez
Ad un certo punto, nella piazza antistante la chiesa, ci sono bambini che giocano a calcio.
Le porte: una rientranza del pronao, due mucchi di vestiti gettati a terra.
Il numero dei partecipanti oscilla, impreciso, dispari, confuso.
Il fine del gioco sfugge, a volte. A volte è fare gol, ma altre è correre, urlare, inseguire.
Le squadre cambiano continuamente senza che la passione ne risenta.
Maschi e femmine giocano alla pari, nessuno impedisce a nessuno di partecipare.
Piccoli o meno grandi corrono e sudano come tutti gli altri.
(Una bambina corre dietro alla palla, sovrastata dai grandi: non urla, non parla.
Quando la partita si ferma si mette in disparte.
Quando la partita riprende, lei riprende a correre e inseguire.
Non tocca quasi mai la palla, ma non smette. Nessuno la esclude, nessuno le parla).
Tutti sono coinvolti e pronti ad andarsene.
Giocano con ardore: spinte, corse, cadute tutto viene metabolizzato rapidamente.
Nessuno rimprovera nessuno, quasi tutti urlano.
Ognuno gioca a modo suo, con quello che ha.
Il campo non è delimitato, tante cose o persone l’attraversano:
un bambino in monopattino
una signora con un bambino piccolo
un gruppo di turisti
una coppia innamorata
un cane.
Ma la partita non s’interrompe mai, chi passa viene inglobato.
I bambini si riorganizzano di fronte ad ogni cambiamento, senza problemi o patemi,
senza intoppi, senza lamenti. Hanno solo voglia di giocare.
Poi qualcuno sparisce, qualcuno si aggiunge.
La partita continua. Per sempre.
di Max Franti
Quando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa
Su Parigi s’addensa
un oscuro colore
di pianto
In un canto
di ponte
contemplo
l’illimitato silenzio
di una ragazza
tenue
Le nostre
malattie
si fondono
E come portati via
si rimane.
Giuseppe Ungaretti, Tutte le poesie, Mondadori, p. 54.
Dei nostri incontri, ogni istante
festeggiavamo, come un’epifania,
soli, nell’universo tutto.
Tu,
più ardita e lieve d’un’ala d’uccello,
come una vertigine scendevi,
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà, nel tuo regno,
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte, venne
la grazia, le porte dell’iconostasi
si aprirono, e nell’oscurità in cui luceva,
lenta si chinava la tua nudità.
Nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, sapendo quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti, con l’azzurro della galassia, le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro, le palpebre
stavano quiete e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera,
e – Dio mio! – tu eri mia.
Ti destasti e
il quotidiano vocabolario degli umani
cambiò, e i discorsi si riempirono
di senso vero, e la parola “tu” svelò
il suo proprio significato: “zar”.
Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca e l’acqua,
stavano tra noi, come sentinelle.
Chissà dove fummo sospinti.
Città sorte per incantesimo,
si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
la menta si stendeva sotto i nostri piedi,
e gli uccelli c’eran compagni di strada,
e i pesci risalivan i fiumi,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…
Mentre il destino ci inseguiva,
come un pazzo con il rasoio in mano.
di Arsenj Tarkowskij tratta dal film Lo specchio, di Andrej Tarkowski
Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ciascuno sorriderà al benvenuto dell’altro.
e dirà: siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la vita, che hai trascurato
per un altro, e che ti conosce a memoria.
Dallo scaffale prendi le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate, strappa dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E’ festa. Banchetta con la tua vita.
da Dereck Walcott, Mappa del nuovo mondo, Adelphi, p.99.
Sta sulla scena
senza alcuno strumento.
Appoggia le mani sul petto,
là dove nasce il respiro
e dove si spegne.
Non sono le mani a cantare
E nemmeno il petto.
Canta ciò che tace.
da Adam Zagajewski, Dalla vita degli oggetti, Adelphi, 2012 – Traduzione di Krystyna Jaworska
Forse non tutti sanno che Muhammad Alì, il più grande pugile di tutti i tempi, era un poeta, un funambolo della parola, un rapper ante litteram. Nel film When we were kings si racconta che in una conferenza tenuta ad Harvard gli fu chiesta una poesia. E lui improvvisò la più breve poesia esistente in inglese:
“Me,we”
Là dove non mi sono mai avventurato, ben al di là
di ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio:
nel tuo più fragile gesto ci sono cose che mi racchiudono
o che non posso toccare perché sono troppo vicine
Il tuo più soave sguardo può facilmente chiudermi,
anche se io sono chiuso come dita
Tu mi apri petalo a petalo come la Primavera apre
(con abile tocco e misterioso) la sua prima rosa
o se tu vuoi che io mi chiuda, io e
la mia vita ci chiuderemo meravigliosamente, all’improvviso
come quando il cuore di questo fiore immagina
la neve che cade con prudenza
Nulla che si possa vedere in questo mondo eguaglia
il potere della tua intensa fragilità: la cui complessa trama
m’intriga come i colori delle sue vastità
restituendo morte ed eternità ad ogni respiro
(Io non so cosa di te in me chiude ed apre
solo qualcosa in me comprende
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
Nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.
E.E. Cummings
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, nè di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera
e l’infinita vanità del tutto.
di Giacomo Leopardi
Poeta naufrago della vita sta per soccombere ai suoi lazzi.
Inesperto del vivere, riconosce il morire solo a sprazzi.
E’ a corto di vita ma non sa proprio rinunciare
(ancora tramortito e boccheggiante)
al piacere delle metafore e del rimare.
“Non sono capelli i tuoi” debutta negativo
“ma fili di parole nere dove s’ingarbuglia una vita che non vivo”.
Dotato d’autocritica, affogherà senza orpelli
per vile onda che ignora il piacere dei capelli.
“Non sono capelli, no” presidia sagace
ma reti nelle quali il pesce più grande s’impiglia
stupito e felice”.
“Non sono capelli i tuoi” insiste lo scrivano
“ma anse inesplorate dove antichi velieri s’arenano;
selve intricate dove rari animali si stremano”.
Non sono capelli, mio caro l’Omero
ma complicate trappole di parole e baci
che nascondono il limite tra il finto e il vero.
“Non sono capelli, no” puntualizza
ma tessuto d’àncora dove il tempo volatilizza”.
Non sono capelli, no, ma una donna, pardon: una vita
cogliona, che delle parole farà una triste corona
alla quale, mio caro ispirato, resterai giustamente impiccato.
di Max Franti