Lo scrigno

Sai, oggi leggevo ad alta voce e ad un tratto, perentoria, come un odore forte e acerbo, ti ho sentita in gola. Sopraffatto, il libro è diventato troppo pesante, lo sguardo è fuggito oltre la finestra e si è rattristato lungo la linea dell’orizzonte. 

E’ così. Mi devo rassegnare. Il ricordo di te ritorna, tenace, testardo come un bambino. Sprazzi di ciò che ha il solo difetto di non essersi esaurito con lo stesso tempismo delle mie parole, con la stessa perentorietà dei miei atti. E’ rimasto al di sotto delle risibili decisioni e degli aridi timori, è sopravvissuto all’assenza e ai soliti tramonti, ha resistito alle piogge e ai visi che dappertutto si moltiplicano. Non saprei dirti nemmeno di cosa è fatto. Potrei dire delle tue mani, della tua bocca, potrei dire della tenacia, del tuo sguardo su di me, dell’ostinazione del tuo silenzio su di te, oppure della dolcezza, semplice, del tuo ascolto. C’è qualcosa, che come vedi, colpevole, non so rassegnarmi a dimenticare. 

Eppure il campionario dei ricordi che ho contempla brutti momenti, cattiverie, occhi lividi e una lontananza rimasta inspiegata. Tutta questa parte è ricca di dettagli, è vero.  Lo scempio dei miei atti, il fragore della mia insicurezza, l’oppressione della mia gravità sono sempre là, vividi. Mi inseguo in notti paludose, e senza tregua cerco un bilancio meno crudele.

E’ stupido che io sia qui irresoluto a parlarti di monete che non hanno più corso, di reliquie, di feticci. Non so perché non riesco a chiudere questa porta. Spero saprai perdonare quest’improvvisa ingerenza. Ma qualcosa in me si apre e si chiude senza sosta come una finestra esposta al vento. Poi, ed è questo che alla fine volevo dirti, una risolutiva illuminazione è sopravvenuta mentre guardavo la fila delle case all’orizzonte. Ciò che ci accomuna è riposto in un unico scrigno, è fatto di parole semplici e per questo ci è sempre sfuggito.

da La resa, di Max Franti, 2014

Vocabolario di una lingua sbagliata

Mentre scrivo compaiono davanti a me molte parole ancora inesistenti nella lingua ufficiale. Sono refusi ortografici, errori di battitura, sgorbi del senso. Preso da non so quale forma di amore per queste parole che altrimenti sarebbero immediatamente sparite (è così facile uccidere le parole con il computer), ho provato a cercarvi un significato. Forse perché credo che non può esserci una parola, per quanto inappropriata, brutta, abbozzata, senza un suo significato. Così come tutti noi siamo portati a vedere figure di senso in segni grafici senza scopo, così probabilmente io sono portato a leggere, in ogni forma verbale, un qualche significato. Oppure, semplicemente, vorrei ribadire che negli errori ortografici, come in tutti gli errori, si celano delle verità da scoprire. Non so. So soltanto che ho iniziato con pazienza e fiducia a dare vita a quello che vorrei che fosse il primo, approssimativo, vocabolario di una lingua del tutto sbagliata.  
ASCIGAMANI, ver. giap. importato nel XX°sec. 1. Tecnica giapponese di essiccatura del fior di loto. In italiano per traslazione: ridurre qualcosa in polvere. 2. Arte marziale di cui si sono perdute le tracce, ma che aveva il suo fulcro nel ridurre al minimo ogni gesto. 
AVANAZATO, agg. m. (Dispregiativo). Nella sua forma volgare senza “h” aspirata, indica persona che ha passato un periodo lungo e forse eccessivo in Avana, Cuba. Per traslazione, si dice anche di persona che tende ad essere lasciva e apatica. “Sedeva, havanazato, senza luce negli occhi” (Scagliavini). 
COMPLOTINO, sost. m., anche COMPLOTTINO (raro). 1. Complotto ordito sulla base della filosofia di Plotino (vedi). 2. <Fig> Complotto piccolo borghese (con accezione negativa).  “Si tratta di un complotino fascista” (Scagliavini)
INCOSAPEVOLE, agg. m. Filosofia. La coscienza interiore delle cose. Il neologismo filosofico dello Scagliavini si rifà alla nota teoria per cui gli umani trasferiscono ai loro prodotti parte, se non tutta, della loro coscienza. Cfr. “Il mondo interiore delle cose. Rilettura della teoria dell’alienazione.” (1974)).
MERAVOGLIOSO, agg. m. Anche f. Meravogliosa (raro). Attribuito soprattutto agli esseri umani, in particolare agli uomini. La proprietà di essere fortemente desideroso di sorprese, novità belle e meravigliose. “Quell’uomo è un meravoglioso irriducibile” (Scagliavini).
METROPOLITINA, sost. f.. Chimica. Di uso comune, soprattutto nelle grandi città. Preparato chimico per rendere frizzantina l’aria della metropolitana. Usato soprattutto nel nord Europa (v.). 
MONSO, Cucina, sost. masch. 1. Strumento per pulire gli alimenti. Usato soprattutto nel Sud Italia. 2. <Fig> Qualcosa che pulisce rapidamente. 
MORSE, v. int., passato remoto di “morire” (v.). Anche moritte, (r.). “Ebbe come un sussulto, un ultimo respiro e poi morse” (Scagliavini).  
NASSE, v. int., passato remoto di “nascere” (v.). Anche nacquette, (r.). “Nasse in povero pagliericcio e senza alcun pianto…” (Scagliavini).
NESUMA, sost. f., Geografia, Messico. Parola di origine e significato sconosciuti, probabilmente prov. azteca. Riportata dai primi spagnoli, sembra indichi una particolare montagna. Scagliavini propone una traduzione d’incerta dimostrazione: “Ne – Su- Ma”: “Non andate là”. La zona a cui si riferisce è, effettivamente, molto brutta.  
NOIONI, sost.. pl. Fisica. Atomi della noia. La progressiva fisicizzazione della dimensione spirituale ha condotto, negli ultimi anni, alla scoperta di elementi di base delle dimensioni psichiche. I n., ipotizzati alla fine del XX° secolo da scienziati italiani, sono stati poi dimostrati nei laboratori del CERN nel marzo del 2013 (v.).  
ODINATO, agg. m. Storico. 1. Nordico, riferito ad Odino (v) e al tempo di durata del suo regno. “Non ci furono sommosse durante l’ultimo odinato”. (Attarazzi)  
OSSESSINATA, agg. f. Modo di dire: “uccisa da una ossessione”. “Se ne stava lì, ossessinata, fissando vitrea la scarpa che aveva ceduto”. (Scagliavini)
QUYELLP Sost. str.; Botanica. 1. Parola gaelica di origine sconosciuta che sembra indicare un particolare tipo di pianta usata nei riti celtici. Difficile però comprendere quale. Lo Scagliavini ha ipotizzato possa essere il Timo. 
RUGUARDO, sost. m., Botanica, 1. Pianta selvatica diffusa nell’emisfero australe. Appartiene al genere delle Ruguardose, specie Ruguardis Australensis. Fu scoperta dai primi coloni europei ed utilizzata dagli Aborigeni per calmare ed ingentilire le persone. Ha effetti molto blandi. Gli Aborigeni la considerano sacra.  
SCILUPPO, agg. m. Spreco, nel senso di perdita di qualcosa:  “…in considerazione dell’enorme sciluppo della civiltà occidentale”. (Scagliavini).  
SGURDI, sost. pl. da sgurdo (raro), usato prevalentemente al plurale. 1. Sguardi piuttosto beceri di maschi desiderosi: “Il gruppo lanciava degli sgurdi alla ragazza appena entrata” (Scagliavini). 
SPENSO, v. intr. dall’infinito SPENSARE (v.), 1. Pensare senza ritenzione, senza limiti, con forte propensione al sogno. “Spenso, e in questa landa desolata mi perdo” (Scagliavini). 
(Continua)

da La resa, di Max Franti, 2014

Parlando ad una segreteria

Il telefono da chiamare è lontano. Il numero da comporre è lungo. Il viaggio che ha intrapreso faticoso. Il telefono squilla. Una, due, tre volte, alla quarta parte il nastro. Il messaggio, il segnale. Un uomo chiama. Una segreteria telefonica risponde. Così per diverso tempo, diverse volte. La conversazione che tiene con la segreteria telefonica, con la persona all’altro capo che non risponde mai, è, all’inizio, una conversazione difficile, sofferta, a tratti rancorosa. Traspaiono, nemmeno troppo difficili da percepire, rimproveri e accuse. C’è come una sconfitta da giustificare, da comprendere o da recriminare. C’è come una paura, una decisione da prendere e la sempre più evidente difficoltà a prenderla. Poi, con il passare dei messaggi, come se il silenzio dell’altro redimesse qualcosa, l’uomo cambia tono. Scende a patti, accetta, chiede consiglio, chiede spiegazioni, chiede tempo, chiede perdono, scava, cerca, esplora, tenta.
Alla fine, dopo un lungo viaggio, durante il quale aveva fatto queste telefonate, rientra a casa. È sera, fa caldo. Apre tutte le finestre, illumina una casa che gli pare d’amare da sempre, ora che la rivede. Sistema un poco le cose, si prepara una cena veloce e già il viaggio sembra un sogno passato. Poi, si siede a fianco del telefono. La segreteria mostra tanti messaggi. Preme il bottone. Il messaggio, il segnale. Ascolta la sua voce, finalmente.

da La resa, di Max Franti, 2014