Il mio nome

Non so con quale sapere consumato
hai trovato la formula del mio nome.
Né so la lingua da cui hai ricavato
le parole per la mia definizione.
Né conosco lo strumento complicato
che ha fatto, delle mie stelle, una costellazione.
Forse è così semplice che non so pensarlo
così complicato che non so ridirlo.
Ma certo l’alchimia è quella di sempre:
nel buio ascolto di te stessa
è sorta la luna del mio nome.

di Max Franti

Come un’onda

Ritorni, moltiplicata e continua
in ogni passo
in ogni volto o memoria.
Ritorni, enigma costante
come ultimo orizzonte
laddove non c’è più orizzonte
come ultimo ricordo dopo ogni ricordo
come ultimo ieri d’uno ieri più remoto.
Resti acqua oltre ogni schiuma e ti trasformi
sempre in te stessa.
Persisti oltre gli abbandoni.
Da lontano non si percepisce
il moto del tuo silenzio, che insiste.
Eppure ritorni
chiedendo quasi permesso
e continui a battere
oltre il cuore stesso.

di Max Franti

Il poeta innamorato

Poeta naufrago della vita sta per soccombere ai suoi lazzi. 
Inesperto del vivere, riconosce il morire solo a sprazzi.
E’ a corto di vita ma non sa proprio rinunciare
(ancora tramortito e boccheggiante)
al piacere delle metafore e del rimare.
“Non sono capelli i tuoi” debutta negativo  
“ma fili di parole nere dove s’ingarbuglia una vita che non vivo”.
Dotato d’autocritica, affogherà senza orpelli
per vile onda che ignora il piacere dei capelli.
“Non sono capelli, no” presidia sagace 
ma reti nelle quali il pesce più grande s’impiglia
stupito e felice”.
“Non sono capelli i tuoi” insiste lo scrivano
“ma anse inesplorate dove antichi velieri s’arenano;
selve intricate dove rari animali si stremano”.
Non sono capelli, mio caro l’Omero
ma complicate trappole di parole e baci
che nascondono il limite tra il finto e il vero.
“Non sono capelli, no” puntualizza 
ma tessuto d’àncora dove il tempo volatilizza”.
Non sono capelli, no, ma una donna, pardon: una vita 
cogliona, che delle parole farà una triste corona
alla quale, mio caro ispirato, resterai giustamente impiccato.

di Max Franti

Preghiera senza dio

Insegnami a dimenticare ciò che non sono stato
a lasciare una casa che non ho mai avuto 
una terra che non ho mai abitato
della gente che non ho mai conosciuto.
Insegnami le forme segrete del conoscere
perché non ho appreso nulla di ciò che volevo sapere.
Insegnami a non temere il tempo che è passato
poiché non esiste più e, forse, non è mai esistito.
Insegnami la dovuta grammatica del perdono 
e la dottrina che regola ogni condono.
Insegnami, perché non potrei continuare senza
i difficili algoritmi della pazienza.
Insegnami a rispettare il suo tempo e il suo dare
ad accettare ciò che non so far accadere.

di Max Franti

Le mie parole

Nelle mie parole resta sempre un filo d’orrore
come tessute d’atavici timori
come ritrovassero paure antiche e costanti.
Spesso le scopro intessute d’ansia
un’ansia che non m’appartiene
ma che loro ricordano e di cui non sanno liberarsi. 
Racconto a voce alta i miei pensieri
a voce bassa i miei sentimenti
parlo parlo parlo
perché tu possa capire, comprendere, amare.
Perché io possa dimenticare e fuggire. 
Eppure altra la lingua delle mani, degli occhi, della pelle
dello scorrere delle dita.
Altra grammatica quella delle labbra che si aprono
dello stomaco che soffoca
del cuore che rincorre.
Diverso linguaggio 
dove è impossibile distinguere 
dove tutto racconta, nello stesso racconto 
recita, negli stessi versi semplici
la felicità d’essere con te.
Le parole mute, attonite, stupite di non essere sole
restano in disparte. 
Le parole sono la parte infelice del linguaggio.

di Max Franti