
di Max Franti, Marina di Ravenna, inverno 2016
Autore, collettore
di Max Franti, Marina di Ravenna, inverno 2016
Anonimo/a, Bologna
p.s. Comunque lucido o lucida su di un tratto piuttosto evidente (!) della nostra epoca: una fotogenica inconsistenza.
di Max Franti, Kruger Park, estate 2012
Sai, oggi leggevo ad alta voce e ad un tratto, perentoria, come un odore forte e acerbo, ti ho sentita in gola. Sopraffatto, il libro è diventato troppo pesante, lo sguardo è fuggito oltre la finestra e si è rattristato lungo la linea dell’orizzonte.
E’ così. Mi devo rassegnare. Il ricordo di te ritorna, tenace, testardo come un bambino. Sprazzi di ciò che ha il solo difetto di non essersi esaurito con lo stesso tempismo delle mie parole, con la stessa perentorietà dei miei atti. E’ rimasto al di sotto delle risibili decisioni e degli aridi timori, è sopravvissuto all’assenza e ai soliti tramonti, ha resistito alle piogge e ai visi che dappertutto si moltiplicano. Non saprei dirti nemmeno di cosa è fatto. Potrei dire delle tue mani, della tua bocca, potrei dire della tenacia, del tuo sguardo su di me, dell’ostinazione del tuo silenzio su di te, oppure della dolcezza, semplice, del tuo ascolto. C’è qualcosa, che come vedi, colpevole, non so rassegnarmi a dimenticare.
Eppure il campionario dei ricordi che ho contempla brutti momenti, cattiverie, occhi lividi e una lontananza rimasta inspiegata. Tutta questa parte è ricca di dettagli, è vero. Lo scempio dei miei atti, il fragore della mia insicurezza, l’oppressione della mia gravità sono sempre là, vividi. Mi inseguo in notti paludose, e senza tregua cerco un bilancio meno crudele.
E’ stupido che io sia qui irresoluto a parlarti di monete che non hanno più corso, di reliquie, di feticci. Non so perché non riesco a chiudere questa porta. Spero saprai perdonare quest’improvvisa ingerenza. Ma qualcosa in me si apre e si chiude senza sosta come una finestra esposta al vento. Poi, ed è questo che alla fine volevo dirti, una risolutiva illuminazione è sopravvenuta mentre guardavo la fila delle case all’orizzonte. Ciò che ci accomuna è riposto in un unico scrigno, è fatto di parole semplici e per questo ci è sempre sfuggito.
da La resa, di Max Franti, 2014
Forse non è per la verità che dipingi.
I colori trapassano il sottile emisfero del vero.
Le linee lo stravolgono e lo ripropongono un po’ stupito.
Si resta sognanti ed interdetti di fronte a ciò che offre la tela.
Non è per la verità che bisognerebbe combattere, impegnarsi, creare.
Ma per essere, finalmente, autentici.
di Max Franti, tratto dallo spettacolo “Equilibrio” (2009-2010)
di Max Franti, Oceano Pacifico, California, 2017
Mia moglie, quando la conobbi, mi diede un ritaglio di giornale. Era una storia o forse era una forma di avvertimento? Un aiutino? O, semplicemente, il segreto di ogni rapporto umano? Scegli tu.
Quand’era giovane, Re Artù uccise un cerbiatto nella terra di un altro re, che per questo lo condannò a morte offrendogli però una chance di salvezza: “Se risponderai a un quesito che nessuno mai nel mio regno è riuscito a risolvere, sarai libero. Hai un anno di tempo”. “Accetto. Qual è la domanda?”. “Questa: che cosa vuole una donna?”. Artù tornò nel suo regno e cominciò a interrogare donne di ogni tipo, ma nessuna gli dava una risposta soddisfacente. Stava per desistere, quando pensò di interpellare una vecchia strega. “Ti risponderò, disse lei, ma in cambio voglio sposare Gwynn”. “Non te lo posso promettere, ma glielo chiederò”. Gwynn, uno dei più nobili cavalieri del reame, accettò di salvare il suo re sposando la strega. “Ora puoi rispondermi”, le disse Artù. “Quello che una donna vuole è essere padrona della propria vita”. Artù lo riferì al re nemico che gli fece grazia della vita. Nel frattempo, durante la prima notte di nozze, Gwynn si ritrovò fra le braccia una creatura stupenda: “Cosa succede?”, chiese. “Visto che mi hai dimostrato rispetto, ogni notte io diventerò per te una donna bellissima, ma continuerò ad essere una strega di giorno. O viceversa, come vuoi”. “Scegli tu”, le disse Gwynn. E fu così che lei decise di rimanere bella di giorno e di notte.
di Max Franti, Pianura padana.
di Max Franti, Da qualche parte, in Olanda, 2009
di Max Franti, Mojave desert, Estate 2017
di Max Franti, Roma
di Anonimo, Bologna
(Commento: Non siamo liberi sempre di fare ciò che vogliamo, e forse non lo siamo nemmeno spesso, ma fa molto bene pensarlo: aiuta a mettere in ordine le cause e gli effetti. Aiuta a capire che, pur nella costrizione, abbiamo sempre una possibilità di scelta, per questo: pensati libero sempre).
Mentre scrivo compaiono davanti a me molte parole ancora inesistenti nella lingua ufficiale. Sono refusi ortografici, errori di battitura, sgorbi del senso. Preso da non so quale forma di amore per queste parole che altrimenti sarebbero immediatamente sparite (è così facile uccidere le parole con il computer), ho provato a cercarvi un significato. Forse perché credo che non può esserci una parola, per quanto inappropriata, brutta, abbozzata, senza un suo significato. Così come tutti noi siamo portati a vedere figure di senso in segni grafici senza scopo, così probabilmente io sono portato a leggere, in ogni forma verbale, un qualche significato. Oppure, semplicemente, vorrei ribadire che negli errori ortografici, come in tutti gli errori, si celano delle verità da scoprire. Non so. So soltanto che ho iniziato con pazienza e fiducia a dare vita a quello che vorrei che fosse il primo, approssimativo, vocabolario di una lingua del tutto sbagliata.
ASCIGAMANI, ver. giap. importato nel XX°sec. 1. Tecnica giapponese di essiccatura del fior di loto. In italiano per traslazione: ridurre qualcosa in polvere. 2. Arte marziale di cui si sono perdute le tracce, ma che aveva il suo fulcro nel ridurre al minimo ogni gesto.
AVANAZATO, agg. m. (Dispregiativo). Nella sua forma volgare senza “h” aspirata, indica persona che ha passato un periodo lungo e forse eccessivo in Avana, Cuba. Per traslazione, si dice anche di persona che tende ad essere lasciva e apatica. “Sedeva, havanazato, senza luce negli occhi” (Scagliavini).
COMPLOTINO, sost. m., anche COMPLOTTINO (raro). 1. Complotto ordito sulla base della filosofia di Plotino (vedi). 2. <Fig> Complotto piccolo borghese (con accezione negativa). “Si tratta di un complotino fascista” (Scagliavini)
INCOSAPEVOLE, agg. m. Filosofia. La coscienza interiore delle cose. Il neologismo filosofico dello Scagliavini si rifà alla nota teoria per cui gli umani trasferiscono ai loro prodotti parte, se non tutta, della loro coscienza. Cfr. “Il mondo interiore delle cose. Rilettura della teoria dell’alienazione.” (1974)).
MERAVOGLIOSO, agg. m. Anche f. Meravogliosa (raro). Attribuito soprattutto agli esseri umani, in particolare agli uomini. La proprietà di essere fortemente desideroso di sorprese, novità belle e meravigliose. “Quell’uomo è un meravoglioso irriducibile” (Scagliavini).
METROPOLITINA, sost. f.. Chimica. Di uso comune, soprattutto nelle grandi città. Preparato chimico per rendere frizzantina l’aria della metropolitana. Usato soprattutto nel nord Europa (v.).
MONSO, Cucina, sost. masch. 1. Strumento per pulire gli alimenti. Usato soprattutto nel Sud Italia. 2. <Fig> Qualcosa che pulisce rapidamente.
MORSE, v. int., passato remoto di “morire” (v.). Anche moritte, (r.). “Ebbe come un sussulto, un ultimo respiro e poi morse” (Scagliavini).
NASSE, v. int., passato remoto di “nascere” (v.). Anche nacquette, (r.). “Nasse in povero pagliericcio e senza alcun pianto…” (Scagliavini).
NESUMA, sost. f., Geografia, Messico. Parola di origine e significato sconosciuti, probabilmente prov. azteca. Riportata dai primi spagnoli, sembra indichi una particolare montagna. Scagliavini propone una traduzione d’incerta dimostrazione: “Ne – Su- Ma”: “Non andate là”. La zona a cui si riferisce è, effettivamente, molto brutta.
NOIONI, sost.. pl. Fisica. Atomi della noia. La progressiva fisicizzazione della dimensione spirituale ha condotto, negli ultimi anni, alla scoperta di elementi di base delle dimensioni psichiche. I n., ipotizzati alla fine del XX° secolo da scienziati italiani, sono stati poi dimostrati nei laboratori del CERN nel marzo del 2013 (v.).
ODINATO, agg. m. Storico. 1. Nordico, riferito ad Odino (v) e al tempo di durata del suo regno. “Non ci furono sommosse durante l’ultimo odinato”. (Attarazzi)
OSSESSINATA, agg. f. Modo di dire: “uccisa da una ossessione”. “Se ne stava lì, ossessinata, fissando vitrea la scarpa che aveva ceduto”. (Scagliavini)
QUYELLP Sost. str.; Botanica. 1. Parola gaelica di origine sconosciuta che sembra indicare un particolare tipo di pianta usata nei riti celtici. Difficile però comprendere quale. Lo Scagliavini ha ipotizzato possa essere il Timo.
RUGUARDO, sost. m., Botanica, 1. Pianta selvatica diffusa nell’emisfero australe. Appartiene al genere delle Ruguardose, specie Ruguardis Australensis. Fu scoperta dai primi coloni europei ed utilizzata dagli Aborigeni per calmare ed ingentilire le persone. Ha effetti molto blandi. Gli Aborigeni la considerano sacra.
SCILUPPO, agg. m. Spreco, nel senso di perdita di qualcosa: “…in considerazione dell’enorme sciluppo della civiltà occidentale”. (Scagliavini).
SGURDI, sost. pl. da sgurdo (raro), usato prevalentemente al plurale. 1. Sguardi piuttosto beceri di maschi desiderosi: “Il gruppo lanciava degli sgurdi alla ragazza appena entrata” (Scagliavini).
SPENSO, v. intr. dall’infinito SPENSARE (v.), 1. Pensare senza ritenzione, senza limiti, con forte propensione al sogno. “Spenso, e in questa landa desolata mi perdo” (Scagliavini).
(Continua)
da La resa, di Max Franti, 2014
Voglio innamorarmi della realtà. Voglio crogiolarmi nel bieco dato, turpe dato, vile dato. Voglio farmi amico l’inevitabile. Guardarlo con gratitudine incondizionata. Voglio essere fiero dell’evidente, dell’immediato, del compreso. Voglio stupirmi per il già acquisito, per il numero esatto delle cose che non chiedono né sconti né premi. Voglio esaltarmi per una strada dritta, una radura piatta per un’onda che si infrange uguale alla precedente senza caricarla di ricordi, fantasie o malinconia compiaciuta. Nuda realtà di un’onda nuda, già passata. Voglio appassionarmi per un semplice sì o un no più complicato. E se è possibile fare a meno anche di loro. Fare a meno di note, parentesi, incisi, virgolette e due punti. Voglio innamorarmi della realtà della nuda realtà così com'è perché è quanto basta.
di Max Franti
Brulicare in un metro quadrato
senza mappe o confini.
Dedicarsi alla notte.
Finire in una stagione.
Essere senza passato o futuro.
Essere lieto di un solo giorno.
Radunarsi in stormi e branchi
senza paura della solitudine.
Ammutolire al sole, dialogare con la luna.
Essere senza pietà e senza crudeltà.
Essere indifesi dalla stupidità.
Essere senza rancore.
Sapere di vie invisibili.
Non sorprendersi della morte.
Non sopportare prigioni né infliggerle.
Perdonare nell’indifferenza.
Estinguersi in silenzio.
Presupporre una coscienza senza averne una.
Avere un’anima e non saperlo.
di Max Franti
Siamo fatti di ombra e nome.
Siamo ciò che si muove nella nostra immobilità.
Siamo ciò che resta nel pensiero quando
non c’è più un nostro pensiero.
Siamo nastro o corda che tiene, felice.
Siamo ciò che vibra forte e tace.
Siamo anima che si trasforma, tenace.
di Max Franti
Sospiri, mugugni, apri e chiudi.
Poi non va bene questo, non va bene quello.
Indichi, chiedi, proponi
poi ci ripensi
poi le scarpe, le ciabatte
il caldo e la sete.
La salute, dici, non mangiare il gelato
dobbiamo bere di più.
Non fa bene stare seduti.
Non fa bene stare in casa.
Poi ti accendi una sigaretta.
Ti guardi attorno
e dall’alto della tua femminilità
risolutiva ed enigmatica
mi guardi e sorridi.
Bellissima.
di Max Franti
di Max Franti, Swaziland, estate 2012
Non cercare più, perché è qui.
Non cercare più, perché sei tu.
di Max Franti
No, non sono all’altezza.
Quasi mai.
Io devo rialzarmi:
con le mie mani, sollevarmi.
di Max Franti