La bicicletta di Cassius Clay

Ieri erano 50 anni dall’incontro di boxe più importante tra Muhammad Alì e George Foreman. Era il 30 ottobre 1974 e erano le 3 del mattino a Kinshasa, allora Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. The Rumble in the Jungle. Il rombo nella jungla. Ho iniziato a leggere The Fight di Norman Mailer, ritradotto e rieditato da La nave di Teseo, che racconta quei giorni e non solo. Un incontro tra due giganti della boxe e non solo. E’ stato un incontro di boxe epico. Per questo rimetto qui un racconto che ho scritto su Cassius Clay non ancora Muhammad Alì.

Ho sempre amato Muhammad Ali. E’ stato qualcosa d’importante per tantissime persone. Negli Stati Uniti, per gli afroamericani, per i musulmani  ed anche per noi, alla periferia dell’Impero. Non credo che sia stato un pugile perfetto, tutt’altro: ha combattuto troppo e male, ha esagerato spesso. Ma è stato molto più che un pugile. E’ stato un simbolo. Ha impersonato il “riscatto” come nessun altro prima e forse dopo. In un mondo sempre più complesso e astratto, la sua epica è stata esemplare. Così come la sua parabola. Qualche tempo fa ho scritto un racconto su di un episodio della sua vita molto famoso, che mi era rimasto in mente perché mi pareva significativo di qualcosa. L’episodio della bici è vero, tutto il resto è inventato, più o meno.

Ladri di biciclette, di Max Franti, 2015.

Dissoluzioni. La morte di Van Gogh, mia moglie ed io (anticipazione)

La scoperta

Scopro che la morte di Vincent van Gogh è poco chiara. Quello che sapevo – si è ucciso nei campi in preda a un delirio – non è poi così evidente e accettato da tutti. Ci sono molti punti oscuri. Lo scopro ascoltando un podcast di Bruno Giordano Guerri. Quello che il podcast mi ricorda è che domenica 27 luglio 1890, nel primo pomeriggio, Van Gogh è andato nei campi a dipingere e lì si è sparato. Guerri, però, ha aggiunto altri particolari che non conoscevo: Van Gogh non è morto subito, sul colpo, ma è solo svenuto. La sera si è rialzato, è tornato alla locanda dove alloggiava, si è sdraiato a letto, è stato raggiunto dei medici, i quali hanno decretato che non si poteva fare nulla; e tutti hanno aspettato, medici e Theo – arrivato la mattina dopo – compresi, che Vincent morisse. Cosa che accadde la notte del 29 luglio, all’una e trenta del mattino. Guerri conclude: sembra che Van Gogh si sia sparato al fianco sinistro, che la pistola non sia mai stata ritrovata e che forse non si sia sparato nei campi, ma dietro le case di qualcuno, in un letamaio. Insomma, non si capisce bene cosa sia successo.

Voglio saperne di più, non so perché, ma voglio saperne di più. E la cosa sorprende per primo me. Van Gogh non mi è mai nemmeno piaciuto. Quando l’ho studiato all’università, Van Gogh mi è sembrato scontato, banale, già visto. Forse per via della sua fama, per i suoi quadri onnipresenti, alla fine non lo si apprezza più. Non che lui mi avesse mai particolarmente attirato: la sua follia, i suoi scatti d’ira, l’orecchio tagliato, il manicomio, tutta roba da storia di appendice, feuilleton da vecchio Ottocento. E quindi non so spiegare perché adesso ho deciso di scoprire qualcosa di più sulla sua morte.

Ho subito cercato informazioni su Google: la morte di Van Gogh. E ho trovato che molti altri se ne sono occupati. C’è anche il trafiletto di giornale originale de L’Écho pontoisien, un giornale locale di Pontoise, cittadina vicina ad Auvers-sur-Oise, dove Van Gogh viveva in quel periodo, a pochi chilometri da Parigi. Il trafiletto, datato 7 agosto 1890, riporta la seguente brevissima nota (tradotta da me e Google Translator):

”Domenica 27 luglio, uno di nome Van Gogh, trentasettenne, suddito olandese, pittore, di passaggio ad Auvers, si è sparato un colpo di pistola nei campi, ed essendo solo ferito, è rientrato nella sua camera d’albergo dove è morto due giorni dopo”. 

Pontoise, all’epoca, aveva un ospedale dove Van Gogh poteva essere portato, perché nessuno l’ha fatto? Parigi era, allora, a un’ora di treno, perché nessuno l’ha portato in ospedale nella capitale?

I dubbi riguardano innanzitutto il fatto in sé. Leggo qua e là, un po’ alla rinfusa, lo ammetto, ma non è chiaro dove si sia sparato Van Gogh. Il trafiletto dice nei campi, ma Guerri riporta la versione secondo la quale si è sparato dietro la casa di qualcuno, in un letamaio. Infatti, la signora Liberge, interrogata dopo anni, ricorda che il padre, che conosceva Van Gogh, affermò che non si era sparato dove si diceva (nei campi), ma in rue Boucher (dalla parte opposta dei campi, ho controllato su Street View) dove era entrato in un cortile di una piccola fattoria, si era nascosto in un letamaio e lì si era sparato. Ma lui come ha fatto a saperlo? L’ha visto? Ma come ha potuto vederlo se era nascosto in un letamaio? Ha sentito lo sparo? Ma allora perché non è intervenuto? Sembra che Van Gogh sia rimasto ore disteso in quel letamaio prima di rientrate, la sera, alla locanda dei Ravoux, dove alloggiava. Il signor Liberge dov’era?

La testimonianza della signora Liberge sembra poi ripresa da Emile Bernard, amico di Van Gogh che, quattro giorni dopo la morte del pittore, scrive all’amico Aurier, un critico che per primo aveva apprezzato il lavoro di Vincent: 

“Domenica sera, è andato nella campagna di Auvers, ha appoggiato il cavalletto ad un covone, ed è andato a spararsi un colpo dietro al castello. Sotto la violenza dello choc – la pallottola aveva sfiorato il cuore – è caduto, ma si è tirato su tre volte di seguito, per rientrare alla locanda dove aveva una stanza…”. 

Come faceva Bernard a sapere tanti dettagli? Nessuno sembra aver mai parlato, tantomeno Vincent, di essersi alzato tre volte, di seguito, per di più. Insomma, le dicerie sulla fine di Van Gogh sembrano moltiplicarsi, complicarsi, arricchirsi, contraddirsi, perdersi, cosicché è difficile capirci qualcosa, distinguere ciò che è possibile da ciò che è vero, il plausibile dal verosimile. La cosa m’interessa sempre di più. 

Ne ho parlato con mia moglie. Mi incoraggia a continuare. Come sempre. Lei mi incoraggia sempre quando mi imbatto in cose che mi attraggono. Poi le ho detto che vorrei scriverci sopra qualcosa e allora lei mi dice che è una buona idea. Dice sempre che ho delle buone idee. Che devo fare questo nella vita, scrivere delle mie buone idee. Ma io non ci credo. Non credo di avere buone idee né di essere capace di scriverne. Ci vuole ben altro spessore del mio per fare, dell’avere buone idee, un mestiere. Io non ce l’ho, quello spessore. E poi lo fanno in troppi. Sono insofferente a tutto ciò che è comune, diffuso, condiviso. È lo stesso motivo per cui Van Gogh non mi piace. Troppo parlato, visto, scritto. E poi non ho la costanza. Mi perdo. Ad un certo punto perdo entusiasmo e non mi pare che abbia senso continuare. Così non si arriva mai da nessuna parte. E io non arrivo da nessuna parte, infatti. Anche tutto questo non finirà. Mi pare che non serva a niente. 

A che cosa serve vivere? chiede lei sarcastica. L’idea che le cose debbano servire a qualcosa mi ossessiona e mi fa male, penso io. 

A cosa serve danzare, fare uno spettacolo di danza, che non rimane e non viene nemmeno capito? dice lei, e sento anche che è rammaricata, dolorosamente consapevole che non sono molti quelli che apprezzano lo sforzo che fanno lei e i suoi colleghi ballerini. Già, infatti. 

Lo so che anche per te è difficile accettarlo, dice. Già, anch’io sono figlio di questa visione monoteistica della produttività. Le cose devono servire. Tutto deve avere un fine, un obiettivo, un senso e soprattutto essere utile. Da qui, lo sento, arrivare a che le persone devono servire il passo è breve. Mi pare, ora che lo scrivo, che questa mentalità sia quella dello schiavo. Anche il padrone è uno schiavo. Chiunque sia soggetto a questo dio è uno schiavo. Quando tutto deve essere utile, servire a qualcosa, cosa farne di tanta parte della nostra vita? Nessuna meraviglia che ci si senta alienati in una società così impostata. Che fare della bellezza, del pensiero, del pensare, del divagare, del sognare, del sentire? Cosa farne di giornate luminose e, come ora, di un vento forte che sferza il viso e ti lascia un sapore pulito? Cosa fare di quell’allenarsi, preparare, combattere, certe volte, per fare uno spettacolo che poi non sempre è compreso, se non proprio apprezzato? A che pro? A che pro l’arte, quindi? Già, a che pro? In mente mi risuonano antichi strali contro tutto ciò che non è utile. Non sono convinto che riuscirò ad andare avanti. 

I miei 50 libri…

Il mio grande rammarico, morendo, sarà non aver letto abbastanza. I libri importanti per me sono più di 50, ma la vita s’illumina alla luce delle scelte che si fanno. Sono le scelte che testimoniano chi siamo. (L’ordine è casuale)

Fuori lista il primo libro che ricordo di aver letto: Dal Tamigi alle Amazzoni, di Attilio Rovinelli.

Cent’anni di solitudine, di Gabriel Garcia Marquez

Come salvarsi la vita, di Erica Jong

Il Tao della fisica, di Fritjof Capra

L’uomo senza qualità, di Robert Musil

Finzioni, di Jorge Luis Borges

Il libro del riso e dell’oblio, di Milan Kundera

Tanto amore per Glenda, di Julio Cortazar

Siddhartha, di Herman Hesse

L’albero della conoscenza, di Humberto Maturana e Francisco Varela

La realtà della realtà, di Paul Watzlawick

Tutte le poesie, di Giorgio Caproni

Il superuomo di massa, di Umberto Eco

Le città invisibili, di Italo Calvino

Contro il metodo, di Paul Feyerabend

Credere per vedere, di Wayne Dyer

XY L’identità maschile, di Elisabeth Badinter

Il gioco e il massacro, di Ennio Flaiano

Pensieri spettinati, di Stanislaw Lec

Detti e contraddetti, di Karl Kraus

Le nozze di Cadmo e Armonia, di Roberto Calasso

Gente sul ponte, di Wislawa Szymborska

La nausea, di Jean Paul Sartre

Lavorare stanca, di Cesare Pavese

Vita, istruzioni per l’uso, di George Perec

Odile,  di Raimond Queneau

Fuochi, di Margherite Yourcenar

Illusioni, di Richard Bach

L’arte di amare, di Erich Fromm

L’amore ai tempi del colera, di Gabriel Garcia Marquez

Bouvard e Pecuchet, di Gustave Flaubert

Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes

Emmaus, di Alessandro Baricco

Cristo si è fermato ad Eboli, di Carlo Levi

La cognizione del dolore, di Carlo Emilio Gadda

La metamorfosi, di Franz Kafka

Del senso, di Algirdas Julien Greimas

Autobiografia, di Charles Darwin

La vigna del testo, di Ivan Illich

Chiaro di donna, di Roman Gary 

Le trasformazioni dell’intimità, di Antony Giddens

Armi, acciaio e malattie, di Jared Diamond

Per un’ecologia della mente, di Gregory Bateson

Geografia infruttuosa, di Pablo Neruda

Semiotica, comunicazione e marketing, di Jean Marie Floch

Un altro giro di giostra, di Tiziano Terzani

I malavoglia, di Giovanni Verga

La galassia Gutenberg, di Marshall McLuhan

Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters

Il libro della sovversione non sospetta, di Edmond Jabes

HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, di Laurent Binet

Devo molto anche alla consultazione dei seguenti libri scolastici:

Il materiale e l’immaginario, Antologia di Letteratura, a cura di Remo Ceserani e Lidia de Federicis.
Vocabolario della lingua italiana, di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli.
Dizionario etimologico, di Giacomo Devoto.
Filosofie e società, Antologia filosofica di Alessio, Vegetti, Fabietti, Papi.
Storia e storiografia, a cura di Antonio Desideri.
I miti greci, di Robert Graves.








Il dio che divide

Nella Genesi biblica, l’uomo e la donna, appena creati, sono nudi, ma non ne provano imbarazzo. La loro nudità, il loro essere è a riparo di ogni giudizio. “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”. Il paradiso è un luogo dove non c’è imbarazzo per ciò che si è. E la punizione del Signore è quella di provare vergogna per se stessi, per la propria nudità, per il proprio essere. Il nostro dio ci ha messo contro noi stessi. Questo è l’Inferno.

Vedere dall’alto

Vista dall’alto. Max Franti, ottobre 2023

Vedere le cose dall’alto è un modo non solo di vedere, ma proprio di conoscere. La distanza è la sua cifra. Una “buona distanza”, come chiedeva Claude Levi-Strauss? Non lo so, forse no. Si perde in coinvolgimento, passione e non si apprezzano i dettagli. Tuttavia, elevarsi sulle cose ha i suoi vantaggi: si vede lontano, forse si previene, forse si comprendono i rapporti, le relazioni, le strutture del paesaggio che agli occhi di chi è dentro sfuggono per lo più.

C’è del sublime, nel vedere le cose dall’alto, un senso del tragico, dell’enormità del tutto e la pochezza di chi guarda. Forse anche questo un modo per mettere in prospettiva. Ci prendiamo così sul serio.

Film americani

All'inizio del film le cose vanno molto bene oppure molto male.
L'eroe all'inizio è uno sfigato oppure è un perfetto cittadino.
Ad un certo punto succede qualcosa di totalmente aspettato.
Poi ci sarà un inseguimento.
Poi ci sarà una scazzottata.
(In genere le conseguenze delle botte che si danno sono quasi nulle, è bene così).
All'inizio l'eroe perde, ma poi vincerà, lo sappiamo.
Prima o poi si dice "voglio tornare a casa".
Prima o poi qualcuno dice a qualcun altro: "ti voglio bene".
(Prima tutti fumavano, poi tutti bevevano, adesso meno) 
Lui dorme sempre nudo, estate inverno primavera autunno.
Lei si alza la mattina e gira per casa sua con la camicia di lui.
Lei cura le ferite a lui. (A volte, piccole conseguenze di scazzottate o incidenti).
I personaggi subiscono eventi traumatici, ma loro psicologia non ne risente mai.
C'è sempre la frase: "la mia famiglia", "non toccare la mia famiglia"!
Quando un personaggio deve essere aggredito da destra guarda insistentemente a sinistra.
Chi litiga all'inizio prima o poi si bacia.
Se c'è una storia d'amore questa nasce sempre in modo molto semplice, si guardano ed è fatta. (E' bene così)
Quando rovistano negli armadi o nei cassetti tirano via tutto.
Quando parlano al telefono non si salutano né all'inizio né alla fine, nessuna frase di convenienza, mai.
Si trova sempre parcheggio davanti al luogo in cui si deve andare.
Le porte delle case sono sempre aperte o si aprono molto facilmente.
Il cattivo tanto più è cattivo tanto più fa una morte orrenda (è così liberatorio!). 
Il buono comunque si salva anche se è sempre in pericolo, per contratto.
Alla fine, finisce bene. L'ordine è ristabilito, anche se non è mai cambiato.

(Ir)riflessioni

Siamo in campagna elettorale. Esco di casa di buon’ora. Cammino lungo il marciapiede e vedo un poster nuovo che il giorno prima non c’era. Dice: Non vi votiamo perché… e c’è un elenco di motivi per cui non li votano. È arrabbiato, duro, deciso.  

Guardo meglio. Il poster è stato attaccato con la colla dove non si possono attaccare manifesti di nessun genere. È un muro privato di una persona che adesso dovrà pulire via il poster. Probabilmente sarà altrettanto arrabbiato, duro e deciso. Rifletto, ma nemmeno troppo: un manifesto illegale e irrispettoso protesta contro la classe politica irrispettosa e illegale. Una persona sconosciuta ne pagherà le conseguenze, probabilmente in silenzio. Mi pare una meravigliosa metafora di tante cose e mi riprometto di scriverne. Mentre sorrido ancora di tutta l’ironia della cosa, mi avvio verso l’altra parte, attraversando in mezzo alla strada. Un signore un po’ in là con gli anni, alla guida di una macchina, mi suona arrabbiato, probabilmente perché sto attraversando dove non si può. Gli faccio un cenno di scuse e mi accorgo che viaggia senza aver allacciato le cinture.  E così via. 

di Max Franti, da La resa. Racconti, 2014.

Braccia ridate all’agricoltura

Ho sempre desiderato scrivere, ma non so né perché e né cosa. “Scrivere” poi non è nemmeno un modo esatto di descrivere la mia pulsione. Compongo continuamente nella mia testa frasi o abbozzi di storie che so che dovrei scrivere prima o poi, ma non lo faccio. Mi sembra una fatica immane e vuota. E così taccio e continuo a fare quello che devo fare. In fondo, ridò braccia all’agricoltura.