Fermate gli orologi, isolate il telefono, fate tacere il cane con un osso succulento, chiudete i pianoforti, e tra un rullio smorzato portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.
Fate fare cerchi lamentosi agli aereoplani lassù scrivendo in cielo il messaggio “Lui È Morto”. Allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni, i vigili si mettano guanti di tela nera.
Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest, la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica, il mio mezzogiorno, la mia mezzanotte, la mia lingua, il mio canto; pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.
Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte; imballate la luna, smontate pure il sole; svuotate l’oceano e sradicate il bosco; perché niente adesso può più servire a qualcosa.
Non ricordo minimamente quando comprai White Album o Doppio bianco o, meglio, The Beatles, un album che racchiude pezzi meravigliosi e ho sempre considerato una sorta di campionario della musica pop dei successivi 20 anni… Lo custodisco gelosamente e ho un giradischi solo per ascoltare il suo frusciante rigato vinile. Di tutti i brani in quell’album questo, While My Guitar Gently Weep è sicuramente il più intenso, dolente, magico. Questo video riproduce una cover fatta in onore di George Harrison nel 2004 quando è entrato nella Rock & Roll Hall of Fame. Il pezzo di Prince è un grande omaggio a Eric Clapton e a George Harrison che hanno creato questo pezzo. Poi dovrei dire qualcosa di intelligente, emozionante, narrativo, forse evocante su un pezzo che parla dell’amore che dorme in ognuno di noi e non si esprime abbastanza, abbastanza non si dispiega. Poi penso che attorno a questo pezzo, ci sta bene il silenzio e il libero movimento di ogni parte del corpo.
Vi guardo tutti, vedo l’amore che dorme dentro/ Mentre la mia chitarra piange piano/ Guardo il pavimento e vedo che ha bisogno di pulizia / Ma la mia chitarra piange ancora piano / Non so perché nessuno vi abbia detto / Come dispiegare il vostro amore / Non so come qualcuno vi abbia controllato / Vi hanno comprati e venduti / Guardo il mondo e noto che gira / Mentre la mia chitarra piange piano Con ogni errore, sicuramente impariamo / Ma la mia chitarra piange piano, sì / Non so come siate stati sviati / Siete stati ingannati, anche voi / Non so come siate stati corrotti / Nessuno vi ha avvisato / Vi guardo tutti, vedo l’amore che dorme / Perché la mia chitarra piange piano / (Guardo) vi guardo tutti / Ma la mia chitarra piange ancora piano Sì, sì, sì, sì, sì, sì, sì, sì Oh, ooh
Cessate d'uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l'impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell'erba,
Lieta dove non passa l'uomo.
Giuseppe Ungaretti, da Il Dolore, I Meridiani, p.236
Se il divino avesse una forma visibile, questa sarebbe la musica. Ogni forma di musica. E se c’è una musica che ascolto da 40 anni, e che associo al divino, questa è quella dei Pink Floyd che considero alla stessa stregua di Bach, Beethoven, Mozart. E se c’è un album che ha segnato la mia vita e dal ’73, quando uscì, e la fine degli anni ’70 quando lo ascoltai probabilmente per la prima volta, questo è The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd (ai quali Michele Mari ha dedicato uno strano romanzo). Da anni lo ascolto (senza sapere nemmeno bene cosa dice, in gran parte) e penso che mi abbia segnato, musicalmente parlando, in modo irrimediabile.
Questo brano (The Great Gig in the Sky) ha una storia particolare. La voce nell’album è di Clare Torry, e fu una delle tante persone che contribuì alla bellezza di questo album (tipo Alan Parsons) ricavandone, all’epoca, poche sterline.
Stasera sono capitato su questa registrazione. Mi sono ricordato che ha che vedere con la morte e ho pensato, ancora una volta, che, nella musica, anche la morte sa trovare la propria bellezza.
Non ti affezionare troppo a qualcosa
né a qualcuno.
Lascia sempre un piccolo margine,
una piccola via di fuga
(sicuramente ti servirà)
tra te e la felicità.
Il sottotitolo di questo particolarissimo libro è “Romanzi”. Non a caso. Se mi dovessero chiedere qual è il libro che ho amato di più e che ho letto più spesso, beh, sarebbe questo (insieme ad altri, di cui parlerò in altri post).
Un romanzo su cui sono stati scritti saggi, girati documentari, analizzata ogni pagina. Un romanzo costruito a tavolino, completamente, progettato in ogni sua minuzia per dimostrare che le costrizioni, anche le più assurde, sono un toccasana per la creatività. L’autore ha impiegato 9 anni per scriverlo. Ad esempio tutto l’insieme di storie e romanzi di cui è composto questo libro (c’è anche l’indice delle storie) può essere riprodotto come un movimento su una ipotetica scacchiera (di dieci quadrati) di un cavallo.
Se vuoi saperne di più vai qui, ne parlano meglio di me. A me quello che colpisce è la quantità di copertine fatte per questo libro che io ho comprato molte volte avendolo consumato, perso, letto in francese, in italiano…
Mi ha sempre affascinato questo affresco (staccato) in cui si rappresenta tutta una folla di spalle. La raffigurazione da dietro ha una sua costante e imperterrita tradizione (cfr. Eleonora Marangoni, Viceversa. Il mondo visto di spalle), e qui tocca un vertice secondo me di notevole fattura visto anche il periodo e soprattutto il senso ironico, melanconico che questo affresco ha. Su Il Mondo nuovo
Ho letto i due libri pubblicati in italiano di Rodrigo Hasbún. Sono Andarsene e Gli anni invisibili. Sono due romanzi relativamente brevi, su temi molto diversi e nello stesso tempo con qualcosa in comune, la Bolivia, dove Rodrigo Hasbún vive ed è nato.
I due romanzi sono molto intensi, delicati, a tratti molto poetici. La particolarità di questo autore sta nel modo in cui costruisce il romanzo. I fatti principali non sono raccontati. Il lettore deve ricomporli da sé, in base a quello che viene detto da altri, su piani temporali diversi, attraverso altre voci. Trovo la cosa affascinante e coerente con i tempi in cui la struttura narrativa viene continuamente ripensata. Ciò che viene nascosto assume una maggiore centralità. Il non raccontato diventa tanto presente come il racconto. In parte c’è del pudore. In parte c’è della furbizia. In parte c’è che è tutto talmente visibile che nascondere diventa un atto artistico, pertinente, quasi una forma obbligata di legittima difesa. Hasbún è giovane. Avremo altre notizie di lui. Fortemente consigliato.
Stati d’animo: gli addii – prima versione- 1911 (MoMa, New York)
Stati d’animo: quelli che vanno – prima versione- 1911 (MoMa, New York)
Stati d’animo: quelli che restano – prima versione- 1911 (MoMa, New York)
Tra le opere d’arte che mi hanno sempre colpito e ispirato c’è il trittico dipinto da Boccioni nel 1911. Soprattutto la prima versione, più semplice, quasi naif. La pittura, così come la scultura, di Boccioni mi ha sempre colpito molto. Al netto della retorica futurista, abbandonabile, ciò che resta di questo pittore-scultore, morto troppo presto e per una guerra tanto esaltata quanto crudele, sono opere memorabili che lasciano un segno inconfondibile.
Ecco che cosa resta di tutta la magia della fiera: quella trombettina, di latta azzurra e verde, che suona una bambina camminando, scalza, per i campi. Ma, in quella nota sforzata, ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi, c’è la banda d’oro rumoroso, la giostra con i cavalli, l’organo, i lumini. Come, nello sgocciolare della gronda, c’è tutto lo spavento della bufera, la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno; nell’umido cerino d’una lucciola che si sfa su una sfoglia di brughiera, tutta la meraviglia della primavera.
Corrado Govoni, Quaderno dei sogni e delle stelle.
Nella Genesi biblica, l’uomo e la donna, appena creati, sono nudi, ma non ne provano imbarazzo. La loro nudità, il loro essere è a riparo di ogni giudizio. “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”. Il paradiso è un luogo dove non c’è imbarazzo per ciò che si è. E la punizione del Signore è quella di provare vergogna per se stessi, per la propria nudità, per il proprio essere. Il nostro dio ci ha messo contro noi stessi. Questo è l’Inferno.
La bella confusione, di Francesco Piccolo (Einaudi) è la storia, incrociata, di due film che uscirono lo stesso anno, il 1963: Il Gattopardo, Otto e mezzo. La storia di una rivalità durata poco più di un decennio, o forse per sempre, tra Federico Fellini e Luchino Visconti. La storia della lavorazione dei film che avevano diversi punti in comune, quello da cui Piccolo parte, la presenza contemporanea di Claudia Cardinale sui due set. La storia di due film e due autori agli antipodi che in questi film fanno un periplo tale da confluire nella stessa visione della vita. Due film che hanno segnato la storia del cinema, la nostra storia culturale e non solo e che sono stati fatti nello stesso periodo dove già tutto sembrava compromesso. Due film che segnano l’apice del cinema italiano nel mondo come non sarà più. Un libro scritto in prima persona, un documentario narrativo come lo definisce l’autore. Se si amano questi due film, se si amano Fellini e Visconti o personaggi come Suso Cecchi D’Amico, Ennio Flaiano, Ettore Giannini, Nino Rota e tanti altri che hanno fatto la storia di questi film e la storia del cinema (ci sono anche Claudia Cardinale, da cui la storia prende le mosse, Marcello Mastroianni, Sandra Milo, Giulietta Masina…) questo libro vi catturerà e sarà come entrare dentro un altro film, un altro mondo, quello misterioso, caciarone, imprevedibile, del fare cinema, un’arte alle prese con la vita, alle prese con la necessità di riprodurre la vita nonostante tutto. Un’arte che rende bella la confusione.
Di tutto questo libro pieno di storie, di aneddoti gustosi, di umanità, di cattiveria feroce e inutile, voglio ritenere il fatto che Fellini in quel periodo e per molti anni ancora aveva (almeno) tre relazioni sentimentali importanti: Giulietta, Anna, Sandra. Tre donne innamorate che nonostante tutto – probabilmente sapevano delle altre – restano lì, attaccate a lui. Il che a me pare sufficiente per scrivere un’altra storia altrettanto affascinante che tutte quelle raccontate nel libro. Un uomo che – non so con quale animo e di questo sarebbe affascinante raccontare – ha tre relazioni e passa dall’una all’altra e viene sopportato da tre donne che – almeno una di loro, Giulietta, ogni tanto lo insulta, lo maltratta, lo infama davanti a tutti (Tu non sei un uomo, gli dice davanti agli amici imbarazzati). E lui non fa nulla. E lei non fa più di quello. Quale curiosità e quale energia, quale capacità di non sentire le sue donne, le loro rabbie, il loro dolore, quale capacità di perseguire se stesso bisogna avere per condurre una vita così? E che relazione c’è tra questa incapacità (o capacità) e l’arte che si mette in scena? Quale confusione occorre far finta di non sentire per vivere su piani così diversi e nello stesso tempo restarci dentro? Questa confusione e l’arte insieme? E’ giusto giudicare la persona e dimenticarsi l’artista? O viceversa? Sembra che l’arte (forse anche la vita) abbia bisogno di molta “confusione” per emergere e la cosa bella di questo libro è che la racconta tutta questa confusione, questa umanità per niente risolta, tranquilla, felice. Sembra che tutto congiuri affinché si accetti la vita com’è, mentre tutti si battono per vivere qualcos’altro, essere risolti, sereni, felici. Invece, come dice Guido (Mastroianni) alla fine di Otto e mezzo, forse è un’altra la direzione da prendere, più difficile, meno ideale: imparare a stare nella confusione e dire “come è giusto accettarvi, amarvi… La vita è una festa, viviamola insieme… accettami così come sono, se puoi. E’ l’unico modo per tentare di trovarci”.
La vita è una recita tutta da ricordare.
Nessuna parte se non sai credere
nessun ruolo se non sai attendere.
La parte ognuno s'ha da scrivere
senza alcunché pretendere.
Vedere le cose dall’alto è un modo non solo di vedere, ma proprio di conoscere. La distanza è la sua cifra. Una “buona distanza”, come chiedeva Claude Levi-Strauss? Non lo so, forse no. Si perde in coinvolgimento, passione e non si apprezzano i dettagli. Tuttavia, elevarsi sulle cose ha i suoi vantaggi: si vede lontano, forse si previene, forse si comprendono i rapporti, le relazioni, le strutture del paesaggio che agli occhi di chi è dentro sfuggono per lo più.
C’è del sublime, nel vedere le cose dall’alto, un senso del tragico, dell’enormità del tutto e la pochezza di chi guarda. Forse anche questo un modo per mettere in prospettiva. Ci prendiamo così sul serio.
Non esiste un vascello come un libro
per portarci in terre lontane
né corsieri come una pagina
di poesia che s’impenna.
Questa traversata la può fare anche un povero,
tanto è frugale il carro dell’anima
(Trad. Ginevra Bompiani).