Anche i romanzi parlano

Il motivo per cui ho acquistato e letto questo libro è che ho capito che anche il romanzo, in esso, aveva una voce. Credo sia la prima volta, almeno per me, che incontro un romanzo – tratto pare da una storia vera, ma non ho controllato – nel quale il romanzo stesso, come oggetto, ha una sua propria voce, interviene, commenta, avverte. In questo periodo m’interessano quegli oggetti-romanzi-saggi-non si capisce bene cosa siano- che non appartengono a dalle categorie affermate, o ne incrociano molte. Visto come ho scritto su Van Gogh, si dovrebbe capire perché. Cerco complici.

Per il resto, il romanzo breve di Aramburu, nonostante la drammaticità di ciò che racconta, conserva una sua leggerenza felice, un modo di raccontare semplice, con diverse voci – tra cui quella del romanzo stesso – che si alternano a costruire un momento particolare della vita di una famiglia e anche di una comunità. Non è consigliato per chi è sensibile ai lutti. Io stesso non lo avrei letto se non fosse per questa invenzione letteraria che mi ha incuriosito. Da capire il finale.

Dissoluzioni. La morte di Van Gogh, mia moglie ed io (anticipazione)

La scoperta

Scopro che la morte di Vincent van Gogh è poco chiara. Quello che sapevo – si è ucciso nei campi in preda a un delirio – non è poi così evidente e accettato da tutti. Ci sono molti punti oscuri. Lo scopro ascoltando un podcast di Bruno Giordano Guerri. Quello che il podcast mi ricorda è che domenica 27 luglio 1890, nel primo pomeriggio, Van Gogh è andato nei campi a dipingere e lì si è sparato. Guerri, però, ha aggiunto altri particolari che non conoscevo: Van Gogh non è morto subito, sul colpo, ma è solo svenuto. La sera si è rialzato, è tornato alla locanda dove alloggiava, si è sdraiato a letto, è stato raggiunto dei medici, i quali hanno decretato che non si poteva fare nulla; e tutti hanno aspettato, medici e Theo – arrivato la mattina dopo – compresi, che Vincent morisse. Cosa che accadde la notte del 29 luglio, all’una e trenta del mattino. Guerri conclude: sembra che Van Gogh si sia sparato al fianco sinistro, che la pistola non sia mai stata ritrovata e che forse non si sia sparato nei campi, ma dietro le case di qualcuno, in un letamaio. Insomma, non si capisce bene cosa sia successo.

Voglio saperne di più, non so perché, ma voglio saperne di più. E la cosa sorprende per primo me. Van Gogh non mi è mai nemmeno piaciuto. Quando l’ho studiato all’università, Van Gogh mi è sembrato scontato, banale, già visto. Forse per via della sua fama, per i suoi quadri onnipresenti, alla fine non lo si apprezza più. Non che lui mi avesse mai particolarmente attirato: la sua follia, i suoi scatti d’ira, l’orecchio tagliato, il manicomio, tutta roba da storia di appendice, feuilleton da vecchio Ottocento. E quindi non so spiegare perché adesso ho deciso di scoprire qualcosa di più sulla sua morte.

Ho subito cercato informazioni su Google: la morte di Van Gogh. E ho trovato che molti altri se ne sono occupati. C’è anche il trafiletto di giornale originale de L’Écho pontoisien, un giornale locale di Pontoise, cittadina vicina ad Auvers-sur-Oise, dove Van Gogh viveva in quel periodo, a pochi chilometri da Parigi. Il trafiletto, datato 7 agosto 1890, riporta la seguente brevissima nota (tradotta da me e Google Translator):

”Domenica 27 luglio, uno di nome Van Gogh, trentasettenne, suddito olandese, pittore, di passaggio ad Auvers, si è sparato un colpo di pistola nei campi, ed essendo solo ferito, è rientrato nella sua camera d’albergo dove è morto due giorni dopo”. 

Pontoise, all’epoca, aveva un ospedale dove Van Gogh poteva essere portato, perché nessuno l’ha fatto? Parigi era, allora, a un’ora di treno, perché nessuno l’ha portato in ospedale nella capitale?

I dubbi riguardano innanzitutto il fatto in sé. Leggo qua e là, un po’ alla rinfusa, lo ammetto, ma non è chiaro dove si sia sparato Van Gogh. Il trafiletto dice nei campi, ma Guerri riporta la versione secondo la quale si è sparato dietro la casa di qualcuno, in un letamaio. Infatti, la signora Liberge, interrogata dopo anni, ricorda che il padre, che conosceva Van Gogh, affermò che non si era sparato dove si diceva (nei campi), ma in rue Boucher (dalla parte opposta dei campi, ho controllato su Street View) dove era entrato in un cortile di una piccola fattoria, si era nascosto in un letamaio e lì si era sparato. Ma lui come ha fatto a saperlo? L’ha visto? Ma come ha potuto vederlo se era nascosto in un letamaio? Ha sentito lo sparo? Ma allora perché non è intervenuto? Sembra che Van Gogh sia rimasto ore disteso in quel letamaio prima di rientrate, la sera, alla locanda dei Ravoux, dove alloggiava. Il signor Liberge dov’era?

La testimonianza della signora Liberge sembra poi ripresa da Emile Bernard, amico di Van Gogh che, quattro giorni dopo la morte del pittore, scrive all’amico Aurier, un critico che per primo aveva apprezzato il lavoro di Vincent: 

“Domenica sera, è andato nella campagna di Auvers, ha appoggiato il cavalletto ad un covone, ed è andato a spararsi un colpo dietro al castello. Sotto la violenza dello choc – la pallottola aveva sfiorato il cuore – è caduto, ma si è tirato su tre volte di seguito, per rientrare alla locanda dove aveva una stanza…”. 

Come faceva Bernard a sapere tanti dettagli? Nessuno sembra aver mai parlato, tantomeno Vincent, di essersi alzato tre volte, di seguito, per di più. Insomma, le dicerie sulla fine di Van Gogh sembrano moltiplicarsi, complicarsi, arricchirsi, contraddirsi, perdersi, cosicché è difficile capirci qualcosa, distinguere ciò che è possibile da ciò che è vero, il plausibile dal verosimile. La cosa m’interessa sempre di più. 

Ne ho parlato con mia moglie. Mi incoraggia a continuare. Come sempre. Lei mi incoraggia sempre quando mi imbatto in cose che mi attraggono. Poi le ho detto che vorrei scriverci sopra qualcosa e allora lei mi dice che è una buona idea. Dice sempre che ho delle buone idee. Che devo fare questo nella vita, scrivere delle mie buone idee. Ma io non ci credo. Non credo di avere buone idee né di essere capace di scriverne. Ci vuole ben altro spessore del mio per fare, dell’avere buone idee, un mestiere. Io non ce l’ho, quello spessore. E poi lo fanno in troppi. Sono insofferente a tutto ciò che è comune, diffuso, condiviso. È lo stesso motivo per cui Van Gogh non mi piace. Troppo parlato, visto, scritto. E poi non ho la costanza. Mi perdo. Ad un certo punto perdo entusiasmo e non mi pare che abbia senso continuare. Così non si arriva mai da nessuna parte. E io non arrivo da nessuna parte, infatti. Anche tutto questo non finirà. Mi pare che non serva a niente. 

A che cosa serve vivere? chiede lei sarcastica. L’idea che le cose debbano servire a qualcosa mi ossessiona e mi fa male, penso io. 

A cosa serve danzare, fare uno spettacolo di danza, che non rimane e non viene nemmeno capito? dice lei, e sento anche che è rammaricata, dolorosamente consapevole che non sono molti quelli che apprezzano lo sforzo che fanno lei e i suoi colleghi ballerini. Già, infatti. 

Lo so che anche per te è difficile accettarlo, dice. Già, anch’io sono figlio di questa visione monoteistica della produttività. Le cose devono servire. Tutto deve avere un fine, un obiettivo, un senso e soprattutto essere utile. Da qui, lo sento, arrivare a che le persone devono servire il passo è breve. Mi pare, ora che lo scrivo, che questa mentalità sia quella dello schiavo. Anche il padrone è uno schiavo. Chiunque sia soggetto a questo dio è uno schiavo. Quando tutto deve essere utile, servire a qualcosa, cosa farne di tanta parte della nostra vita? Nessuna meraviglia che ci si senta alienati in una società così impostata. Che fare della bellezza, del pensiero, del pensare, del divagare, del sognare, del sentire? Cosa farne di giornate luminose e, come ora, di un vento forte che sferza il viso e ti lascia un sapore pulito? Cosa fare di quell’allenarsi, preparare, combattere, certe volte, per fare uno spettacolo che poi non sempre è compreso, se non proprio apprezzato? A che pro? A che pro l’arte, quindi? Già, a che pro? In mente mi risuonano antichi strali contro tutto ciò che non è utile. Non sono convinto che riuscirò ad andare avanti. 

Un lungo piano sequenza…

Arriva sempre un momento, nella vita di ognuno di noi, credo, in cui si tratta di leggere qualcosa di Simenon. Questo è il suo romanzo più breve e racconta la storia (sembra un lungo piano sequenza) del professor Jean Chabot, un ginecologo di successo, dalla vita apparentemente tranquilla e agiata. Ma ben presto capiamo che il professore coltiva un’insoddisfazione profonda. Senza capire bene perché, cosa c’è che non va nella sua vita, è sempre più stanco e sempre più lontano da tutti, da sua moglie, dai figli, dai parenti, dai pazienti. Fa i conti con la vecchiaia, con l’incubo di non poter più esercitare la sua professione e nella sua memoria ritorna una specie di senso di colpa, qualcosa che ha a che fare con una giovane inserviente della clinica, che lui soprannomina “l’orsacchiotto” per la sua tenerezza e ingenuità. La scrittura di Simenon è asciutta, scorrevole, precisa, direi “professionale”. Il racconto arriva alla fine senza che uno se ne accorga. E la fine non è ciò che ci si aspetta.

Salvador Allende, il Cile e il Museo dei Suicidi

“Indagine su un colpo di stato” di Ariel Dorfman è un’opera intensa e complessa. Il romanzo, sotto la veste di un giallo che indaga sulla morte di Salvador Allende, si trasforma in un’analisi profonda dell’anima di un paese ferito e di un uomo lacerato dal senso di colpa. Dorfman intreccia magistralmente la storia personale di Ariel, lo scrittore esiliato, con la storia collettiva del Cile, creando un affresco vivido e doloroso. Inoltre, attraversa il romanzo un personaggio particolare che sta creando un museo dedicato ai suicidi, il cui scopo è quello di aiutare l’umanità a capire che si sta suicidando (il titolo originale, in inglese, è infatti: Il museo dei suicidi).

Cosa resta:

  • Un’indagine che scava nel profondo: L’indagine sulla morte di Allende non è solo una ricerca storica, ma un viaggio interiore di Ariel alla scoperta delle proprie ferite e dei propri demoni.
  • Un intreccio di storie: Le vicende personali si intrecciano con la storia politica del Cile, creando un mosaico complesso e affascinante.
  • Un linguaggio potente: La scrittura di Dorfman è intensa, evocativa e capace di trasmettere al lettore un forte senso di partecipazione emotiva.
  • Un’analisi profonda della colpa: Il tema della colpa è centrale nel romanzo, sia a livello individuale che collettivo. Dorfman ci invita a riflettere sul peso del passato e sulla possibilità di redenzione.
  • Un ritratto vivido del Cile: Il romanzo offre un ritratto vivido e multiforme di Salvador Allende e del Cile: un paese segnato da profonde contraddizioni e da una storia travagliata.
  • Un ritmo a volte lento, un intento forse troppo grande, forse il bisogno di dire tante cose rendono il libro difficile, faticoso a tratti. Il ritmo della narrazione invita a qualche salto, soprattutto nella parte centrale del romanzo. Dall’altra parte si apprezza l’autofiction, la sincerità del racconto, la complessità dei personaggi coinvolti.

“Indagine su un colpo di stato” è un romanzo che va oltre il genere del giallo storico, offrendo una riflessione profonda e toccante sulle ferite di un paese e di un uomo.

Ariel Dorfman, Indagine su un colpo di stato, Guanda, 2023.

Rodrigo Hasbún, la trama nascosta

Ho letto i due libri pubblicati in italiano di Rodrigo Hasbún. Sono Andarsene e Gli anni invisibili.
Sono due romanzi relativamente brevi, su temi molto diversi e nello stesso tempo con qualcosa in comune, la Bolivia, dove Rodrigo Hasbún vive ed è nato.

I due romanzi sono molto intensi, delicati, a tratti molto poetici. La particolarità di questo autore sta nel modo in cui costruisce il romanzo. I fatti principali non sono raccontati. Il lettore deve ricomporli da sé, in base a quello che viene detto da altri, su piani temporali diversi, attraverso altre voci. Trovo la cosa affascinante e coerente con i tempi in cui la struttura narrativa viene continuamente ripensata. Ciò che viene nascosto assume una maggiore centralità. Il non raccontato diventa tanto presente come il racconto. In parte c’è del pudore. In parte c’è della furbizia. In parte c’è che è tutto talmente visibile che nascondere diventa un atto artistico, pertinente, quasi una forma obbligata di legittima difesa. Hasbún è giovane. Avremo altre notizie di lui. Fortemente consigliato.

Il dio che divide

Nella Genesi biblica, l’uomo e la donna, appena creati, sono nudi, ma non ne provano imbarazzo. La loro nudità, il loro essere è a riparo di ogni giudizio. “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”. Il paradiso è un luogo dove non c’è imbarazzo per ciò che si è. E la punizione del Signore è quella di provare vergogna per se stessi, per la propria nudità, per il proprio essere. Il nostro dio ci ha messo contro noi stessi. Questo è l’Inferno.