Non lo saprà nessuno

Che abbiamo vissuto,
che abbiamo toccato le strade
coi piedi che andavano allegri,
non lo saprà nessuno.
Che abbiamo visto il mare
dai finestrini dei treni,
che abbiamo respirato
l’aria che si posa
sulle sedie dei bar,
non lo saprà nessuno.
Siamo stati
sulla terrazza della vita
fintanto che sono arrivati gli altri.

di Nino Pedretti, Poesie in dialetto romagnolo, Villa Verucchio, Pazzini 2006, p. 21

Autenticità (pensando tra me e me)

Forse non è per la verità che dipingi.
I colori trapassano il sottile emisfero del vero.
Le linee lo stravolgono e lo ripropongono un po’ stupito.
Si resta sognanti ed interdetti di fronte a ciò che offre la tela.
Non è per la verità che bisognerebbe combattere, impegnarsi, creare.
Ma per essere, finalmente, autentici.

di Max Franti, tratto dallo spettacolo “Equilibrio” (2009-2010)

Le cose

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.

di Jorge Luis Borges, Tutte le poesie, (1923-1976, Rizzoli, p.231

In questa notte d’autunno

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Nazim Hikmet

Sotto i colpi

C’è gente che ci passa la vita
che smania di ferire:
dov’è il tallone gridano dov’è il tallone,
quasi con metodo
sordi applicati caparbi.
Sapessero
che disarmato è il cuore
dove più la corazza è alta
tutta borchie e lastre, e come sotto
è tenero l’istrice.


Nelo Risi
da “Pensieri elementari”, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

La casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

da Eugenio Montale, Le occasioni (Torino, Einaudi 1939).

Il sopravvissuto saluta gli uccelli

Con uccelli e grida di sole ho fondato la dimora:
presto, all’ora della sorgente, sono uscito al freddo
a vedere i materiali della crescita: odori
di fango e ombra, medaglie che la notte ha lasciato
sulle foglie tremolanti e sull’erba.
Vestito d’acqua mi sono allungato come un fiume
verso l’orizzonte che i più antichi geografi
presero a termine del calcolo terrestre:
sono andato fra le radici, bagnando di parole
le pietre, risuonando come un metallo marino.
Ho parlato con lo scarabeo e ne ho imparato
l’idioma tricolore, della tartaruga
ho studiato la pazienza convessa e l’arbitrio, ho trovato
un animale da poco invitato al silenzio:
era un vertebrato che veniva da allora,
dalla profondità, dal tempo sommerso.
Ho dovuto riunire gli uccelli, recintare
territori a forza di piumaggi, di voci
finché potei stabilirmi sulla terra.
Sebbene la mia professione di campana
s’è formata alle intemperie, dalla mia nascita
quest’esperienza è stata decisiva nella mia vita:
ho lasciato la terra immobile: mi sono sparso in frammenti
che entravano e uscivano da altre vite,
sono stato parte del pane e del legno,
dell’acqua sotterranea, del fuoco minerale:
tanto ho imparato che la mia dimora è stata
a disposizione di tutto quel che cresce:
non c’è costruzione come la mia nella selva
né territorio con tante finestre,
né torre come quella che ho avuto sottoterra.
Perciò, se mi trovi ignominiosamente
vestito come tutti gli altri, per strada,
se mi chiami da un tavolino in un caffè
e noti che sono goffo, che non ti riconosco,
non pensare, no, che sono il tuo mortale nemico:
rispetta la mia remota sovranità, lasciami
titubante, insicuro, uscire dalle regioni
perdute, dalla terra che m’ha insegnato a piovere,
lascia che mi scrolli il carbone, i ragni,
il silenzio: vedrai che sono tuo fratello.
da Geografia Infruttuosa, Marietti, 1992, p. 109. La poesia è una delle ultime di Neruda, 1972.

Domande poste a me stessa

Qual è il contenuto del sorriso
e d’una stretta di mano?
Nel dare il benvenuto
non sei mai lontana
come a volte è lontano
l’uomo dall’uomo
quando dà un giudizio ostile
a prima vista?
Ogni umana sorte
apri come un libro
cercando emozione
non nei suoi caratteri,
non nell’edizione?
Con certezza tutto,
afferri della gente?
Risposta evasiva la tua,
insincera,
uno scherzo da niente-
i danni li hai calcolati?
Irrealizzate amicizie,
mondi ghiacciati.
Sai che l’amicizia va
concreata come l’amore?
C’è chi non ha retto il passo
in questa dura fatica.
E negli errori degli amici
non c’era colpa tua?
C’è chi si è lamentato e consigliato.
Quante le lacrime versate
prima che tu portassi aiuto?
Corresponsabile
della felicità di millenni-
forse ti è sfuggito
il singolo minuto
la lacrima, la smorfia sul viso?
Non scansi mai
l’altrui fatica?
Il bicchiere era sul tavolo
e nessuno lo ha notato,
finché non è caduto
per un gesto distratto.
Ma è tutto così semplice
nei rapporti fra la gente?

di Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie, pp. 19-20, Adelphi, Milano, 2009.

La ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E’ così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
 
di Pier Paolo Pasolini. La ballata delle madri in Poesia in forma di rosa (1964). Ora in Tutte le poesie, volume I, p.1084.

Mo acsè

Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,
la sàira, préima d’infilé la cèva,
a sòun, drin, drin,
u n’arspònd mai niseun.

[Traduzione: Ma così, delle volte, quando torno a casa, | la sera, prima d’infilare la chiave, | suono, drin, drin, – non risponde mai nessuno].

Di Raffaello Baldini, La Naiva, Furistir, Ciacri, Einaudi, p. 247.

Quanto basta

Voglio innamorarmi della realtà.
Voglio crogiolarmi nel bieco dato, turpe dato, vile dato.
Voglio farmi amico l’inevitabile.
Guardarlo con gratitudine incondizionata.
Voglio essere fiero dell’evidente, dell’immediato, del compreso.
Voglio stupirmi per il già acquisito, per il numero esatto delle cose
che non  chiedono né sconti né premi.
Voglio esaltarmi per una strada dritta, una radura piatta 
per un’onda che si infrange uguale alla precedente 
senza caricarla di ricordi, fantasie o malinconia compiaciuta.
Nuda realtà di un’onda nuda, già passata.
Voglio appassionarmi per un semplice sì o un no più complicato. 
E se è possibile fare a meno anche di loro.
Fare a meno di note, parentesi, incisi, virgolette e due punti.
Voglio innamorarmi della realtà 
della nuda realtà così com'è 
perché è quanto basta.

di Max Franti

Animali

Brulicare in un metro quadrato
senza mappe o confini.
Dedicarsi alla notte.
Finire in una stagione.
Essere senza passato o futuro.
Essere lieto di un solo giorno.
Radunarsi in stormi e branchi
senza paura della solitudine.
Ammutolire al sole, dialogare con la luna.
Essere senza pietà e senza crudeltà.
Essere indifesi dalla stupidità.
Essere senza rancore.
Sapere di vie invisibili.
Non sorprendersi della morte.
Non sopportare prigioni né infliggerle.
Perdonare nell’indifferenza.
Estinguersi in silenzio.
Presupporre una coscienza senza averne una.
Avere un’anima e non saperlo.

di Max Franti

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925

Siamo ombra e nome

Siamo fatti di ombra e nome.
Siamo ciò che si muove nella nostra immobilità.
Siamo ciò che resta nel pensiero quando
non c’è più un nostro pensiero.
Siamo nastro o corda che tiene, felice. 
Siamo ciò che vibra forte e tace.
Siamo anima che si trasforma, tenace.

di Max Franti

E.

Sospiri, mugugni, apri e chiudi.

Poi non va bene questo, non va bene quello.

Indichi, chiedi, proponi 

poi ci ripensi

poi le scarpe, le ciabatte

il caldo e la sete.

La salute, dici, non mangiare il gelato

dobbiamo bere di più.

Non fa bene stare seduti.

Non fa bene stare in casa.

Poi ti accendi una sigaretta.

Ti guardi attorno

e dall’alto della tua femminilità

risolutiva ed enigmatica

mi guardi e sorridi.

Bellissima.

di Max Franti