Ultima canzone

Dipinta, non vuota:
dipinta è la mia casa
del colore delle grandi
passioni e disgrazie
Ritornerà dal pianto
dove fu portata
con il suo tavolo deserto
con il suo letto rovinoso.
Fioriranno i baci
sopra i cuscini.
E intorno ai corpi
solleverà il lenzuolo
il suo intenso rampicante
notturno, profumato.
L’odio ammortisce
dietro la finestra.
Sarà artiglio soave.
Lasciatemi la speranza.

di Miguel Hernàndez

Quel che è

E’ assurdo
dice la ragione
E’ quel che è
dice l’amore
E’ infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
E’ vano
dice il giudizio
E’ quel che è
dice l’amore
E’ ridicolo
dice l’orgoglio
E’ avventato
dice la prudenza
E’ impossibile
dice l’esperienza
E’ quel che è
dice l’amore
 
da Erich Fried, E’quel che è. Poesie d’amore di paura di collera, Einaudi, Torino,  1983, p.79.

La partita dei bambini

Ad un certo punto, nella piazza antistante la chiesa, ci sono bambini che giocano a calcio.
Le porte: una rientranza del pronao, due mucchi di vestiti gettati a terra.
Il numero dei partecipanti oscilla, impreciso, dispari, confuso.
Il fine del gioco sfugge, a volte. A volte è fare gol, ma altre è correre, urlare, inseguire.
Le squadre cambiano continuamente senza che la passione ne risenta.
Maschi e femmine giocano alla pari, nessuno impedisce a nessuno di partecipare.
Piccoli o meno grandi corrono e sudano come tutti gli altri.
(Una bambina corre dietro alla palla, sovrastata dai grandi: non urla, non parla.
Quando la partita si ferma si mette in disparte.
Quando la partita riprende, lei riprende a correre e inseguire.
Non tocca quasi mai la palla, ma non smette. Nessuno la esclude, nessuno le parla).
Tutti sono coinvolti e pronti ad andarsene.
Giocano con ardore: spinte, corse, cadute tutto viene metabolizzato rapidamente.
Nessuno rimprovera nessuno, quasi tutti urlano.
Ognuno gioca a modo suo, con quello che ha.
Il campo non è delimitato, tante cose o persone l’attraversano:
un bambino in monopattino
una signora con un bambino piccolo
un gruppo di turisti
una coppia innamorata
un cane.
Ma la partita non s’interrompe mai, chi passa viene inglobato.
I bambini si riorganizzano di fronte ad ogni cambiamento, senza problemi o patemi,
senza intoppi, senza lamenti. Hanno solo voglia di giocare.
Poi qualcuno sparisce, qualcuno si aggiunge.
La partita continua. Per sempre.

di Max Franti

Nostalgia

Quando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa
Su Parigi s’addensa
un oscuro colore
di pianto
In un canto
di ponte
contemplo
l’illimitato silenzio
di una ragazza
tenue
Le nostre
malattie
si fondono
E come portati via
si rimane.
 
Giuseppe Ungaretti, Tutte le poesie, Mondadori, p. 54.

Primi incontri

Dei nostri incontri, ogni istante
festeggiavamo, come un’epifania,
soli, nell’universo tutto. 
Tu,
più ardita e lieve d’un’ala d’uccello,
come una vertigine scendevi,
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà, nel tuo regno,
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte, venne
la grazia, le porte dell’iconostasi
si aprirono, e nell’oscurità in cui luceva,
lenta si chinava la tua nudità.
Nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, sapendo quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti, con l’azzurro della galassia, le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro, le palpebre
stavano quiete e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera,
e – Dio mio! – tu eri mia.
Ti destasti e
il quotidiano vocabolario degli umani
cambiò, e i discorsi si riempirono
di senso vero, e la parola “tu” svelò
il suo proprio significato: “zar”.
Alla luce tutto si trasfigurò, perfino
gli oggetti più semplici – il catino, la brocca e l’acqua,
stavano tra noi, come sentinelle.
Chissà dove fummo sospinti.
Città sorte per incantesimo,
si aprivano al nostro sguardo, come miraggi,
la menta si stendeva sotto i nostri piedi,
e gli uccelli c’eran compagni di strada,
e i pesci risalivan i fiumi,
e il cielo si schiudeva al nostro sguardo…
Mentre il destino ci inseguiva,
come un pazzo con il rasoio in mano.
 
di Arsenj Tarkowskij tratta dal film Lo specchio, di Andrej Tarkowski

Amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ciascuno sorriderà al benvenuto dell’altro.
e dirà: siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la vita, che hai trascurato
per un altro, e che ti conosce a memoria.
Dallo scaffale prendi le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate, strappa dallo specchio la tua immagine.
Siediti. E’ festa. Banchetta con la tua vita.
 
da Dereck Walcott, Mappa del nuovo mondo, Adelphi, p.99.

A Roma sepolta nelle sue rovine

In Roma cerchi Roma, o pellegrino,
e proprio in Roma Roma non ritrovi;
le vantate muraglie, morti covi
sono, e di sé sepolcro l’Aventino.
Giace, dove regnava, il Palatino;
son limate dal tempo le medaglie:
sembrano più macerie di battaglie
degli evi, che blasone del latino.
Solo è restato il Tevere, corrente
che bagnò la città: or sepoltura,
la piange con funesto suon dolente.
Roma, da quella gloria così pura
fuggì ciò ch’era saldo e solamente
il fuggevole oramai permane e dura.
 
 
Francisco de Quevedo, Sonetti Amorosi e Morali, pp. 67, Einaudi, Torino, 1989.

La poesia più breve

Forse non tutti sanno che Muhammad Alì, il più grande pugile di tutti i tempi, era un poeta, un funambolo della parola, un rapper ante litteram. Nel film When we were kings si racconta che in una conferenza tenuta ad Harvard gli fu chiesta una poesia. E lui improvvisò la più breve poesia esistente in inglese:

“Me,we”

 

La voce dei tuoi occhi

Là dove non mi sono mai avventurato, ben al di là 
di ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio: 
nel tuo più fragile gesto ci sono cose che mi racchiudono 
o che non posso toccare perché sono troppo vicine
Il tuo più soave sguardo può facilmente chiudermi, 
anche se io sono chiuso come dita
Tu mi apri petalo a petalo come la Primavera apre 
(con abile tocco e misterioso) la sua prima rosa 
o se tu vuoi che io mi chiuda, io e 
la mia vita ci chiuderemo meravigliosamente, all’improvviso 
come quando il cuore di questo fiore immagina 
la neve che cade con prudenza
Nulla che si possa vedere in questo mondo eguaglia 
il potere della tua intensa fragilità: la cui complessa trama 
m’intriga come i colori delle sue vastità 
restituendo morte ed eternità ad ogni respiro
(Io non so cosa di te in me chiude ed apre
solo qualcosa in me comprende 
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
Nessuno, nemmeno la pioggia, ha così piccole mani.
 
E.E. Cummings

Amore costante al di là della morte

Gli occhi miei potrà chiudere l’estrema
ombra che a me verrà col bianco giorno;
e l’anima slegar dal suo soggiorno
un’ora, dei miei affanni più sollecita.
ma non da questa parte della sponda
lascerà la memoria dove ardeva;
nuotar sa la mia fiamma in gelida onda,
e andar contro la legge più severa.
Un’anima che ha avuto un dio per carcere
vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,
il corpo lasceranno, non l’ardore;
anche in cenere, avranno sentimento;
saran terra, ma terra innamorata.

da Francisco De Quevedo, Sonetti Amorosi e Morali, pp. 27, Einaudi, Torino, 1989.

A se stesso

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, nè di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera
e l’infinita vanità del tutto.
 
di Giacomo Leopardi

Il poeta innamorato

Poeta naufrago della vita sta per soccombere ai suoi lazzi. 
Inesperto del vivere, riconosce il morire solo a sprazzi.
E’ a corto di vita ma non sa proprio rinunciare
(ancora tramortito e boccheggiante)
al piacere delle metafore e del rimare.
“Non sono capelli i tuoi” debutta negativo  
“ma fili di parole nere dove s’ingarbuglia una vita che non vivo”.
Dotato d’autocritica, affogherà senza orpelli
per vile onda che ignora il piacere dei capelli.
“Non sono capelli, no” presidia sagace 
ma reti nelle quali il pesce più grande s’impiglia
stupito e felice”.
“Non sono capelli i tuoi” insiste lo scrivano
“ma anse inesplorate dove antichi velieri s’arenano;
selve intricate dove rari animali si stremano”.
Non sono capelli, mio caro l’Omero
ma complicate trappole di parole e baci
che nascondono il limite tra il finto e il vero.
“Non sono capelli, no” puntualizza 
ma tessuto d’àncora dove il tempo volatilizza”.
Non sono capelli, no, ma una donna, pardon: una vita 
cogliona, che delle parole farà una triste corona
alla quale, mio caro ispirato, resterai giustamente impiccato.

di Max Franti

Preghiera senza dio

Insegnami a dimenticare ciò che non sono stato
a lasciare una casa che non ho mai avuto 
una terra che non ho mai abitato
della gente che non ho mai conosciuto.
Insegnami le forme segrete del conoscere
perché non ho appreso nulla di ciò che volevo sapere.
Insegnami a non temere il tempo che è passato
poiché non esiste più e, forse, non è mai esistito.
Insegnami la dovuta grammatica del perdono 
e la dottrina che regola ogni condono.
Insegnami, perché non potrei continuare senza
i difficili algoritmi della pazienza.
Insegnami a rispettare il suo tempo e il suo dare
ad accettare ciò che non so far accadere.

di Max Franti

Non andartene docile in quell’ultima notte

Premessa: trovate questa poesia nella sua versione originale e nella sua traduzione ufficiale qui. Questa che segue è una mia interpretazione che è  sicuramente inappropriata e traditrice, ma la versione italiana non mi piaceva e mi sembrava più traditrice non tanto del significato letterario o storico, ma del significato vero e proprio della poesia di Thomas. Perciò me la sono aggiustata così:

Non andartene docile in quella ultima notte,
i vecchi dovrebbero bruciare e delirare al finire del loro giorno;
ribellarsi al morire della luce.
Benché i saggi riconoscano alla fine che la tenebra è giusta 
anche se dalle loro parole non vennero fulmini 
non se ne vanno docili in quell’ultima notte.
I giusti, con l’ultima onda, gridando quanto splendide 
le loro deboli gesta danzerebbero in una baia verde, 
si ribellano al morire della luce.
Gli impulsivi, che il sole presero al volo e cantarono, 
impararono troppo tardi d’averne impedito il cammino, 
non se ne vanno docili in quell’ultima notte.
Gli austeri, vicini alla morte, ciechi si accorsero 
che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
si ribellano al morire della luce.
E tu, padre mio, là sulla triste collina, maledizione
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.  
Non andartene docile in quell’ultima notte.
Ribellati contro il morire della luce.

di Dylan Thomas