Il mio nome

Non so con quale sapere consumato
hai trovato la formula del mio nome.
Né so la lingua da cui hai ricavato
le parole per la mia definizione.
Né conosco lo strumento complicato
che ha fatto, delle mie stelle, una costellazione.
Forse è così semplice che non so pensarlo
così complicato che non so ridirlo.
Ma certo l’alchimia è quella di sempre:
nel buio ascolto di te stessa
è sorta la luna del mio nome.

di Max Franti

Autostrada 99E da Chico

Stanno al suolo i germani reali,
è notte. Chiocciano
nel sonno e intanto sognano
il Messico e l’Honduras. Si china
il crescione su un fosso d’acqua irrigua
e i salici si abbassano,
sotto il peso dei corvi.
Campi di riso galleggiano sotto la luna.
E anche le foglie d’acero bagnate s’aggrappano
al parabrezza. Ti dico Maryann,
sono felice.

da Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, p.81.

Non so come mi chiamo

Fino a quando questo io, chiedevo a tutti,
che stanchezza
essere lo stesso essere, col nome e il numero,
con un silenzio nuovo
da orologio dimenticalo o da attrezzo
con l’impugnatura usata dalla mano.
La morte cade
sull’identità, riposano infine
non solo le vene e le ginocchia
ma anche questo nome nostro
maltrattato e sputato
come un povero soldato
mezzo morto tra il fango e la battaglia.
Ricordo quel giorno
in cui ho perso i miei tre primi nomi
e le parole che appartenevano
a chi? a me? o agli antenati?
È certo che non volli il conto d’altri
e pensai di inaugurarmi:
darmi il cognome, nominare me stesso
e crescere nel mio lievito soltanto.
Ma così tra la dolcezza e l’affanno
il corpo lungo, il raggio intermittente
della vita
è scivolato consumandomi i fianchi
e ho scoperto che ormai tutti mi chiamavano,
tutti assalivano il mio nome:
alcuni lo graffiavano
nel Senato con gli stuzzicadenti,
altri bucherellavano la mia figura
come se fossi fatto di formaggio:
non mi è servita la mia maschera notturna,
la vocazione silvestre.
E mi sono sentito nudo
dopo tante decorazioni,
pronto a tornare da dove sono venuto,
all’umidità del sottosuolo.
Non c’è pietà per l’uomo tra gli uomini,
seppure nascondi gli occhi sarai visto,
udito anche se non parli,
non sarai invisibile,
non resterai intatto:
i tuoi nomi ti denunciano
e ti mordono i denti del cammino.
 
di Pablo Neruda, Geografia Infruttuosa, Marietti, 1992, p. 93.

Questo amore

Questo amore
Questo amore malato, denutrito, fatto di parole smozzicate.
Questo amore usato, digerito, buttato in pasto al popolo ignorante
come fosse una cosa interessante.
Questo amore corrotto dalla noia,
dei grandi amatori della storia,
masticato da cento letterati,
vomitato da principi e prelati.
Questo amore che accoglie, che perdona,
fatto per gente dalla bocca buona.
E’ un amore di fradicia letizia, che assolve tutto, pure l’ingiustizia.
Questo amore sciancato, deficiente,
sbattuto sulla faccia della gente come l’osso al cane disperato.
Questo amore scarnito, rosicchiato, coi suoi stracci di corpo denudato.
Questo amore di cui si parla tanto, celebrato con tutte le grancasse.
Questo amore è disceso tra le masse, elargito per grazia del potere
perché tutti ne possano godere.
E’ un amore deforme, malandato,
generato dal vecchio capitale
tra le cosce del mondo occidentale.
Per questo amore è meglio non cantare
perché non c’è una musica che tenga.
E questa mia canzone sgangherata non sa nemmeno cosa la sostenga.
Avesse almeno la grazia più sgolata di una puttana sola, disperata,
piuttosto che la facile malia, il fascino penoso
di nostra borghesia.
Ma quell’amore che era una certezza si è assopito con l’ultima carezza.
Ha ripiegato pian piano le sue foglie rinunciando per ora alle sue voglie.
L’anima mia per questo si è ammalata non sogna più e resta addormentata.
Prima che il vuoto tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci si innamori.
Prima che il vuoto tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci si innamori.

di Roberto Lerici.

Te

Te
lasciarti essere te
tutta intera
Vedere
che tu sei tu solo
se sei
tutto ciò che sei
la tenerezza
e la furia
quel che vuole sottrarsi
e quel che vuole aderire
Chi ama solo una metà
non ti ama a metà
ma per nulla
ti vuole ritagliare a misura
amputare
mutilare
Lasciarti essere te
è difficile o facile?
Non dipende da quanta
intenzione e saggezza
ma da quanto amore e quanta
aperta nostalgia di tutto
di tutto
quel che tu sei
Del calore
e del freddo
della bontà
e della protervia
della tua volontà
e irritazione
di ogni tuo gesto
della tua ritrosia
incostanza
costanza
Allora
questo
lasciarti essere te
non è forse
così difficile

di Erich Fried, E’quel che è. Poesie d’amore, di paura, di collera, Einaudi, Torino,  1983, p.60.

Cedi la strada agli alberi

Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta
fino a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.

Di Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere, 2017, p.7.

Come un’onda

Ritorni, moltiplicata e continua
in ogni passo
in ogni volto o memoria.
Ritorni, enigma costante
come ultimo orizzonte
laddove non c’è più orizzonte
come ultimo ricordo dopo ogni ricordo
come ultimo ieri d’uno ieri più remoto.
Resti acqua oltre ogni schiuma e ti trasformi
sempre in te stessa.
Persisti oltre gli abbandoni.
Da lontano non si percepisce
il moto del tuo silenzio, che insiste.
Eppure ritorni
chiedendo quasi permesso
e continui a battere
oltre il cuore stesso.

di Max Franti