Il Labirinto della Vergogna

In una piccola, insignificante città che potrebbe essere ovunque ma che, in realtà, è da nessuna parte, viveva un uomo di nome Eduardo. Sembrava un uomo comune, lavorando come bibliotecario in un luogo dove i libri accumulavano più polvere che lettori. Eppure, Eduardo era il guardiano di un labirinto segreto, non costruito di pietra e malta, ma di vergogna e imbarazzo.

Il labirinto esisteva sotto forma di un libro, un tomo così antico che la sua origine era persa nelle nebbie del tempo. Si diceva che chiunque leggesse il libro sarebbe rimasto intrappolato in un labirinto infinito dei propri momenti più imbarazzanti, rivivendoli in dettaglio straziante. Il libro era nascosto nel punto più oscuro della biblioteca, dietro uno scaffale pieno di volumi dimenticati su alchimia medievale e rituali arcani.

Un giorno fatidico, una giovane studiosa di nome Maria entrò nella biblioteca. Stava studiando la psicologia della vergogna, un argomento che l’aveva consumata per anni. Eduardo, avvertendo il pericolo ma anche intrigato dalla ricerca di Maria, esitò. Dopo un momento di dibattito interiore, la condusse al libro.

“Sei sicura di volerlo leggere?” chiese Eduardo, la voce intrisa di un avvertimento.

Maria, gli occhi brillanti di fervore accademico, annuì. “Devo capire la natura della vergogna per liberare le persone dalle sue grinfie labirintiche.”

Mentre apriva il libro, la stanza si oscurò e le pareti sembrarono chiudersi. Maria si ritrovò in un labirinto, le cui mura erano costruite dai ricordi dei suoi momenti più imbarazzanti. Si vide da bambina, inciampare e cadere davanti ai suoi compagni di classe; da adolescente, balbettare durante una presentazione; da adulta, commettere una gaffe in un colloquio di lavoro cruciale.

Ogni svolta nel labirinto la portava più a fondo nella sua propria vergogna, ogni corridoio era un sentiero verso una nuova umiliazione. Eppure, Maria proseguì, la sua mente da studiosa analizzava ogni situazione, sezionando le emozioni e le dinamiche sociali in gioco.

Infine, raggiunse il centro del labirinto, una camera dove le pareti erano specchi che riflettevano non i suoi imbarazzi passati, ma il suo sé attuale. Maria comprese che il labirinto non era una prigione, ma uno specchio che rifletteva la condizione umana. Vergogna e imbarazzo non erano mura, ma specchi, costringendo uno a confrontare le proprie vulnerabilità.

Armata di questa rivelazione, Maria si ritrovò nella biblioteca. Eduardo la guardò, gli occhi pieni di domande.

“Ora capisco,” disse Maria. “Il labirinto non è una trappola, ma un viaggio. Un viaggio che ci porta a confrontare e comprendere il nostro sé più profondo.”

Eduardo annuì, rimettendo il libro nel suo angolo nascosto. Maria lasciò la biblioteca, i passi più leggeri, lo spirito liberato. Ma il bibliotecario sapeva che il labirinto rimarrebbe, in attesa del prossimo cercatore, i suoi specchi pronti a riflettere il complesso arazzo della vergogna umana, della vulnerabilità e, in ultima analisi, della comprensione.

E così, in una piccola, insignificante città che è ovunque e da nessuna parte, il labirinto attende, i suoi corridoi riempiti dagli echi dei passi, sia esitanti che audaci, di coloro che osano navigare nel labirinto dell’anima umana.

Questo racconto è stato scritto da Chatgpt. L’indicazione è stata quella di scrivere un racconto breve sull’imbarazzo nello stile di J.L. Borges.

Abbastanza

Un giorno, una sera
La pioggia dirompente
Il baratro
L'ho visto davanti a me
Non volevo crederci
Abbastanza
In un istante
M'ha trapassato l'anima
In un volo senza spinta
Muto e profondo
Abbastanza
Da dissetarmi per sempre.
Non ho mai
abbastanza
Da raccogliere la rabbia,
il dolore, la speranza.
Non Abbastanza
Lutto di donna.

di B. Boschi, per gentile concessione.

100 anni e non sentirli…

Oggi la poetessa polacca Wisława Szymborska compie 100 anni, essendo nata il 2 luglio 1923 a Kornik. L’ho conosciuta il 9 febbraio 2000 perché ho segnato la data sul libro che mi è stato regalato quel giorno: Gente sul ponte edito da Scheiwiller. La poesia che quel giorno mi è stata letta era “Scrivere il curriculum”. Quella poesia è stata letta per aiutarci a non prenderci troppo sul serio. Credo che sia la cifra di molta poesia della poetessa polacca: prendere tutto come speciale e niente come veramente serio.

Se volete saperne qualcosa di più, Il Post ha pubblicato un articolo il giorno dopo la sua morte, il 1° febbraio 2012.


Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Le cose che non ho fatto

Nel suo libro Undid in the land of undone, la poeta Lee Upton, dei Gemelli, scrive: “Tutte le cose che volevo fare e non ho fatto mi hanno preso moltissimo tempo. Ho passato anni a non fare”.

Dall’oroscopo di Rob Brezsny, 14 giugno 2023, Internazionale

Una serie tratta da dei dipinti…

Una volta ho scritto un racconto a partire da un quadro di De Chirico, e questo perché avevo letto che Italo Calvino aveva scritto un racconto prendendo spunto da un quadro, non so più di chi (e non so se è vero). I quadri sono spesso protagonisti di storie, ma costruire un mondo intero a partire da alcuni quadri non mi risulta sia stato fatto, almeno non come qui, nella serie Loop.

Tales from the Loop (anche Loop)  è una serie tv di una sola stagione (è bene saperlo) uscita nel 2020 e creata da Nathaniel Halpern. La particolarità della serie, oltre ad essere molto bella, è che è tratta da una serie di quadri del pittore svedese Simon Stålenhag. La serie, come i quadri, è di una fantascienza contemporanea, distopica e quotidiana. I temi della serie sono profondi, a volte perturbanti, mai banali. La serie è impreziosita da una colonna sonora di Philip Glass e Paul Leonard-Morgan semplice, essenziale e struggente. Come sempre nelle serie non vi aspettate né spiegazioni dettagliate, né finali risolutivi. Il tutto è un loop…

Rulli di tamburo per Rancas

Manuel Scorza
Rulli di tamburo per Rancas
Feltrinelli, 1990, tit. originale Redoble por Rancas, 1970

La primissima pagina di questo libro, cioé proprio la prima pagina, quella che in altri libri è bianca e precede il colophon, il titolo, l’indice e poi l’inizio del romanzo o del saggio, reca una scritta che inizia così:

Questo libro è la cronaca esasperantemente vera di una lotta solitaria: la lotta condotta nelle Ande Centrali fra il 1950 e il 1962 dagli uomini di alcuni vilaggi ravvisabili soltanto nelle mappe militari dei distaccamenti che li rasero al suolo.

E poi finice con una frase che da allora non ho più dimenticato e mi ha fatto intravedere tutto un mondo quando lessi questo libro 32 anni fa:

Certi fatti e la loro ubicazione cronologica, certi nomi, sono stati eccezionalmente modificati per proteggere i giusti dalla giustizia.

Questa, come ho detto, è solo la primissima pagina che il lettore incontra. Immaginate cosa può essere questo romanzo-cronaca. Io ricordo solo che non dimenticherò mai questo libro.

p.s. se vuoi sapere qualcosa di più vai qui.

La bellezza è ovunque

Così, passando per caso, in un posto freddo e senza storia, con una voce incongrua che obbliga ad andare a cercare la musica al di là del rumore, a rintracciare il senso. E poi la meraviglia che emerge piano piano, che scivola e si dispiega come si aprisse un’ala magica. E’ allora che emerge ciò che facciamo fatica a vedere: siamo circondati da così tanta bellezza, viviamo in così tanta bellezza…

Richard Brautigan, da riprendere

Richard Brautigan
La casa dei libri
Marcos Y Marcos, 2003
tit. originale The Abortion: an Historical Romance, 1966 (1970)

Arrivo a questo autore attraverso un testo di Alessandro Baricco. Leggo, appena posso, tutti i libri che consiglia nel suo Una certa idea di mondo. I migliori 50 libri letti negli ultimi 10 anni (2002-2012). (Da leggere solo per come racconta i 50 libri). Dopo aver riletto per la quarta volta Il Gattopardo, dopo il bellissimo Napoleone a Mosca, ecco il turno di American Dust, di cui Baricco, scrive:”Romanzi del genere li riesci a scrivere solo se hai visto il fondo della sconfitta, o sei già morto: non sei capace di quella intensità mite, quella convalescente economia di parole se sei ancora vivo, o vincente. Per urlare così sottovoce, devi essere finito. Allora ti spetta una dolcezza che, in compenso, è infinita”.
American Dust è stato scritto nel 1980, quando RB era stato dimenticato e lui non si rassegnava alla irrilevanza. RB si è ucciso due anni dopo e in questo libro si sente un senso di morte palpabile. Ma non è affatto un libro triste, tutt’altro, è divertente, intelligente, delicato. Come scrive Baricco: “è un libro scritto con una leggerezza magnifica, e una tristezza che non è triste mai”. Quest’ultimo giudizio si adegua benissimo anche per l’altro libro, che poi è quello di cui volevo parlare, e che è stato scritto molto prima. Un libro di una leggerezza magnifica e di un assurdo realismo. Qui non è un bambino il protagonista, come in American Dust, ma un ragazzo giovane che diventa responsabile di una biblioteca tutta particolare dove chiunque abbia scritto qualsiasi cosa può portarla lì. E non è che ci sia il Dewey per la catalogazione, no, si scrive nome e cognome dell’autore, titolo del libro (La coltivazione dei fiori nelle stanze di albergo a lume di candela, è uno dei titoli di una autrice ottantenne) e poi l’autore lo colloca dove più gli piace… Ecco che si avvicendano personaggi strani, ma soprattutto sono strani il bibliotecario, che non esce mai, e la sua ragazza che vive con lui e che ad un certo punto vuole abortire e se ne va in Messico. E qui il punto. Tornate su a rileggere il titolo originale. L’ho messo apposta. La scelta del titolo italiano è in linea con la bizzarria delle traduzioni italiane dei titoli stranieri, ma è comprensibile perché il libro è stato pubblicato in Italia quarant’anni dopo e il tema dell’aborto non aveva più quel senso che aveva allora. (Esiste anche una edizione italiana con il titolo originale). Comunque, il motivo per cui lo consiglio è la scrittura: una scrittura asciutta, ingenua, semplice, divertente dove si intuisce una sofisticata attenzione alle parole, ai caratteri dei personaggi, alle situazioni buffe e struggenti, da far capire perché RB in un’epoca troppo remota è stato considerato un grande della letteratura americana. Poi è cambiato tutto. Ed è difficile, quando cambia tutto e tu rimani con le tue qualità appese e non sai più che farne.

La vita

“La vita, giovanotto, è una donna sdraiata, con seni accostati e rigonfi, con una gran pancia liscia e molle fra i fianchi sporgenti, con braccia sottili, cosce piene e occhi socchiusi, che nella sua provocazione splendida e beffarda esige il nostro più fervido ardore.” 

Da George Perec, Vita, istruzioni per l’uso, BUR, p. 453.

A margine di La scomparsa di Stephanie Mailer di J. Dicker.

“Non vado matto per i gialli, odio i thriller. Lo dico serenamente e senza nessuna fierezza particolare. Semplicemente non fanno per me. Mi dà fastidio fisico trovarmi nella condizione, cara a molti, di divorare un libro per sapere come va a finire. Io trovo già abbastanza inelegante che i libri “vadano a finire”, figuriamoci se mi piace farmi tenere sulla graticola da uno che ci mette cinquecento pagine per dirmi il nome di chi ha tritato il parroco”.

E’ Alessandro Baricco che lo scrive in Una certa idea di mondo e mi è tornato in mente leggendo il libro di Joel Dicker, La scomparsa di Stephanie Mailer, La nave di Teseo, 2019, 708 pagine (altro che 500!). Va detto subito che io sono uno dei molti che amano farsi trascinare, divorare dal libro. Ma questo libro è talmente smaccato nel suo intento di tenerti lì che ad un certo punto osservavo solo il meccanismo. Il libro di Joel Dicker è un vero e proprio prodotto industriale. Baricco scriveva le righe di cui sopra introducendo la sua recensione (quel libro sono tutte recensioni) ai libri di Fred Vargas, La trilogia Adamsberg e basta aver letto quei libri per capire perché – uno che non ama i gialli – apprezzi Fred Vargas. E basta leggere Fred Vargas per capire cosa fa Joel Dicker. Gioca con i nostri bassi istinti, con la vanità e la curiosità impudica del lettore. A pagina 58 avevo capito il perno centrale del libro, avevo ipotizzato con ragionevole speranza il colpevole (è fatto apposta) e a quel punto sei in trappola.
Il libro è pura azione. Concatenazione meccanica e inarrestabile di azioni. Leggendolo ho costantemente avuto l’impressione di essere di fronte ad un prodotto pornografico: solo l’essenziale, nessuna complessità, nessuno spessore, nessuno sforzo, se non quello evidente (là degli attori, qui dello scrittore) di incastrare una trama complicatissima, piena di personaggi che interagiscono tra loro, dialoghi quasi fosse un testo teatrale. Personaggi senza alcuna profondità che si alternavano come dei reels sullo scrolling di Instagram. Evidentemente un prodotto d’intrattenimento adatto ai tempi. 700 pagine che nel momento esatto in cui chiudi il libro scompaiono dal tuo orizzonte. Non rimane nulla, se non la perturbante impressione di aver fatto qualcosa di male per te, come se fossi ricaduto in una qualche forma di vizio deleterio senza riuscirvi a resistere. Quando si dice un prodotto di consumo, beh, eccolo qua, perfetto nella sua forma e sostanza. A suo modo encomiabile, in un certo senso non banale nella sua ricercata banalità. Ah, alla fine il colpevole non era quello che avevo immaginato.