Sai, oggi leggevo ad alta voce e ad un tratto, perentoria, come un odore forte e acerbo, ti ho sentita in gola. Sopraffatto, il libro è diventato troppo pesante, lo sguardo è fuggito oltre la finestra e si è rattristato lungo la linea dell’orizzonte.
E’ così. Mi devo rassegnare. Il ricordo di te ritorna, tenace, testardo come un bambino. Sprazzi di ciò che ha il solo difetto di non essersi esaurito con lo stesso tempismo delle mie parole, con la stessa perentorietà dei miei atti. E’ rimasto al di sotto delle risibili decisioni e degli aridi timori, è sopravvissuto all’assenza e ai soliti tramonti, ha resistito alle piogge e ai visi che dappertutto si moltiplicano. Non saprei dirti nemmeno di cosa è fatto. Potrei dire delle tue mani, della tua bocca, potrei dire della tenacia, del tuo sguardo su di me, dell’ostinazione del tuo silenzio su di te, oppure della dolcezza, semplice, del tuo ascolto. C’è qualcosa, che come vedi, colpevole, non so rassegnarmi a dimenticare.
Eppure il campionario dei ricordi che ho contempla brutti momenti, cattiverie, occhi lividi e una lontananza rimasta inspiegata. Tutta questa parte è ricca di dettagli, è vero. Lo scempio dei miei atti, il fragore della mia insicurezza, l’oppressione della mia gravità sono sempre là, vividi. Mi inseguo in notti paludose, e senza tregua cerco un bilancio meno crudele.
E’ stupido che io sia qui irresoluto a parlarti di monete che non hanno più corso, di reliquie, di feticci. Non so perché non riesco a chiudere questa porta. Spero saprai perdonare quest’improvvisa ingerenza. Ma qualcosa in me si apre e si chiude senza sosta come una finestra esposta al vento. Poi, ed è questo che alla fine volevo dirti, una risolutiva illuminazione è sopravvenuta mentre guardavo la fila delle case all’orizzonte. Ciò che ci accomuna è riposto in un unico scrigno, è fatto di parole semplici e per questo ci è sempre sfuggito.
da La resa, di Max Franti, 2014