Il sopravvissuto saluta gli uccelli

Con uccelli e grida di sole ho fondato la dimora:
presto, all’ora della sorgente, sono uscito al freddo
a vedere i materiali della crescita: odori
di fango e ombra, medaglie che la notte ha lasciato
sulle foglie tremolanti e sull’erba.
Vestito d’acqua mi sono allungato come un fiume
verso l’orizzonte che i più antichi geografi
presero a termine del calcolo terrestre:
sono andato fra le radici, bagnando di parole
le pietre, risuonando come un metallo marino.
Ho parlato con lo scarabeo e ne ho imparato
l’idioma tricolore, della tartaruga
ho studiato la pazienza convessa e l’arbitrio, ho trovato
un animale da poco invitato al silenzio:
era un vertebrato che veniva da allora,
dalla profondità, dal tempo sommerso.
Ho dovuto riunire gli uccelli, recintare
territori a forza di piumaggi, di voci
finché potei stabilirmi sulla terra.
Sebbene la mia professione di campana
s’è formata alle intemperie, dalla mia nascita
quest’esperienza è stata decisiva nella mia vita:
ho lasciato la terra immobile: mi sono sparso in frammenti
che entravano e uscivano da altre vite,
sono stato parte del pane e del legno,
dell’acqua sotterranea, del fuoco minerale:
tanto ho imparato che la mia dimora è stata
a disposizione di tutto quel che cresce:
non c’è costruzione come la mia nella selva
né territorio con tante finestre,
né torre come quella che ho avuto sottoterra.
Perciò, se mi trovi ignominiosamente
vestito come tutti gli altri, per strada,
se mi chiami da un tavolino in un caffè
e noti che sono goffo, che non ti riconosco,
non pensare, no, che sono il tuo mortale nemico:
rispetta la mia remota sovranità, lasciami
titubante, insicuro, uscire dalle regioni
perdute, dalla terra che m’ha insegnato a piovere,
lascia che mi scrolli il carbone, i ragni,
il silenzio: vedrai che sono tuo fratello.
da Geografia Infruttuosa, Marietti, 1992, p. 109. La poesia è una delle ultime di Neruda, 1972.