Non so come mi chiamo

Fino a quando questo io, chiedevo a tutti,
che stanchezza
essere lo stesso essere, col nome e il numero,
con un silenzio nuovo
da orologio dimenticalo o da attrezzo
con l’impugnatura usata dalla mano.
La morte cade
sull’identità, riposano infine
non solo le vene e le ginocchia
ma anche questo nome nostro
maltrattato e sputato
come un povero soldato
mezzo morto tra il fango e la battaglia.
Ricordo quel giorno
in cui ho perso i miei tre primi nomi
e le parole che appartenevano
a chi? a me? o agli antenati?
È certo che non volli il conto d’altri
e pensai di inaugurarmi:
darmi il cognome, nominare me stesso
e crescere nel mio lievito soltanto.
Ma così tra la dolcezza e l’affanno
il corpo lungo, il raggio intermittente
della vita
è scivolato consumandomi i fianchi
e ho scoperto che ormai tutti mi chiamavano,
tutti assalivano il mio nome:
alcuni lo graffiavano
nel Senato con gli stuzzicadenti,
altri bucherellavano la mia figura
come se fossi fatto di formaggio:
non mi è servita la mia maschera notturna,
la vocazione silvestre.
E mi sono sentito nudo
dopo tante decorazioni,
pronto a tornare da dove sono venuto,
all’umidità del sottosuolo.
Non c’è pietà per l’uomo tra gli uomini,
seppure nascondi gli occhi sarai visto,
udito anche se non parli,
non sarai invisibile,
non resterai intatto:
i tuoi nomi ti denunciano
e ti mordono i denti del cammino.
 
di Pablo Neruda, Geografia Infruttuosa, Marietti, 1992, p. 93.