Ad un certo punto, nella piazza antistante la chiesa, ci sono bambini che giocano a calcio.
Le porte: una rientranza del pronao, due mucchi di vestiti gettati a terra.
Il numero dei partecipanti oscilla, impreciso, dispari, confuso.
Il fine del gioco sfugge, a volte. A volte è fare gol, ma altre è correre, urlare, inseguire.
Le squadre cambiano continuamente senza che la passione ne risenta.
Maschi e femmine giocano alla pari, nessuno impedisce a nessuno di partecipare.
Piccoli o meno grandi corrono e sudano come tutti gli altri.
(Una bambina corre dietro alla palla, sovrastata dai grandi: non urla, non parla.
Quando la partita si ferma si mette in disparte.
Quando la partita riprende, lei riprende a correre e inseguire.
Non tocca quasi mai la palla, ma non smette. Nessuno la esclude, nessuno le parla).
Tutti sono coinvolti e pronti ad andarsene.
Giocano con ardore: spinte, corse, cadute tutto viene metabolizzato rapidamente.
Nessuno rimprovera nessuno, quasi tutti urlano.
Ognuno gioca a modo suo, con quello che ha.
Il campo non è delimitato, tante cose o persone l’attraversano:
un bambino in monopattino
una signora con un bambino piccolo
un gruppo di turisti
una coppia innamorata
un cane.
Ma la partita non s’interrompe mai, chi passa viene inglobato.
I bambini si riorganizzano di fronte ad ogni cambiamento, senza problemi o patemi,
senza intoppi, senza lamenti. Hanno solo voglia di giocare.
Poi qualcuno sparisce, qualcuno si aggiunge.
La partita continua. Per sempre.
di Max Franti