Il telefono da chiamare è lontano. Il numero da comporre è lungo. Il viaggio che ha intrapreso faticoso. Il telefono squilla. Una, due, tre volte, alla quarta parte il nastro. Il messaggio, il segnale. Un uomo chiama. Una segreteria telefonica risponde. Così per diverso tempo, diverse volte. La conversazione che tiene con la segreteria telefonica, con la persona all’altro capo che non risponde mai, è, all’inizio, una conversazione difficile, sofferta, a tratti rancorosa. Traspaiono, nemmeno troppo difficili da percepire, rimproveri e accuse. C’è come una sconfitta da giustificare, da comprendere o da recriminare. C’è come una paura, una decisione da prendere e la sempre più evidente difficoltà a prenderla. Poi, con il passare dei messaggi, come se il silenzio dell’altro redimesse qualcosa, l’uomo cambia tono. Scende a patti, accetta, chiede consiglio, chiede spiegazioni, chiede tempo, chiede perdono, scava, cerca, esplora, tenta.
Alla fine, dopo un lungo viaggio, durante il quale aveva fatto queste telefonate, rientra a casa. È sera, fa caldo. Apre tutte le finestre, illumina una casa che gli pare d’amare da sempre, ora che la rivede. Sistema un poco le cose, si prepara una cena veloce e già il viaggio sembra un sogno passato. Poi, si siede a fianco del telefono. La segreteria mostra tanti messaggi. Preme il bottone. Il messaggio, il segnale. Ascolta la sua voce, finalmente.
da La resa, di Max Franti, 2014