L’imbarazzo è l’emozione della consapevolezza. È la conclusione (provvisoria) di un processo mentale che si svolge su diversi piani dell’esistenza. Per imbarazzarsi occorre avere una vista doppia: la propria e quella degli altri. Come tale, l’imbarazzo genera altre due emozioni: il disagio e l’incertezza. Il disagio dell’imbarazzo è legato al prendere coscienza di essere fuori posto, stonato, troppo presto o troppo tardi. L’incertezza dell’imbarazzo è invece legata al rimanere perplessi, un po’ sorpresi e quindi tentennanti. Un’incertezza a volte dovuta alla percezione di tanto o di troppo. Vedere al di là, vedere prima, vedere l’insieme può dare delle opportunità, ma anche imbarazzo. Occorre risolversi in una scelta, prendere posizione, dire o affermare e si può invece rimanere interdetti. Vedere di più non significa sempre stare meglio.
L’imbarazzo è anche il risultato di una distanza, una sospensione finalizzata a osservare meglio, capire meglio qualcosa che ci colpisce ma non risulta immediatamente risolvibile. È come un trattenere il respiro in attesa di un’espirazione salvifica.
Disagio e incertezza, due emozioni che mettono in moto, rompono gli equilibri, per costruire nuove forme di equilibrio. L’imbarazzo movimenta, non lascia le cose come stanno. L’imbarazzo è vitale.
Una delle caratteristiche che rende interessante Harry Potter è che assomiglia al suo nemico, al suo convinto carnefice: Voldemort. C’è un sottile, perverso, imbarazzo nel vedersi simile a chi si combatte o a chi ci combatte. Tendenzialmente rifiutiamo di avere elementi in comune con i nostri nemici, con coloro che ci sono invisi. Ci risulta difficile accettare di avere inclinazioni simili, comportamenti simili e di avvertire lo stesso odio, quella stessa debolezza, lo stesso limite. Non tutti hanno un Dumbledore a sostenere la consapevolezza di quanto le somiglianze siano tante e forse più delle differenze e che ci permetta di comprendere che proprio per questo è un nostro nemico. Per la somiglianza, non per la differenza.
Al precedente imbarazzo può essere legato l’imbarazzo di vedersi voler essere perfetti. Il bisogno di perfezione rappresenta una tensione costitutiva almeno di molta dell’esperienza umana che incontro. È un tema Occidentale? Sicuramente è presente in questa porzione di mondo. Dalla filosofia antica alla psicologia contemporanea, dalle tradizioni religiose all’analisi sociologica, esso si manifesta come desiderio di completezza, armonia, superamento dei limiti. L’essere umano si giudica in base alla sua adesione ad un modello (morale, fisico) “perfetto”. Una tale spinta si rivela spesso ambivalente: motore di crescita da un lato, fonte di alienazione e sofferenza dall’altro. Secondo Brené Brown, il perfezionismo è una “strategia di evitamento della vulnerabilità”, un modo di non entrare in contatto con l’umanità che c’è in noi stessi: limitata, imperfetta, caduca. Un modo, in altre parole, per evitare la fatica di avere un contatto autentico con gli altri e con noi stessi. Non è sinonimo di eccellenza, ma di difesa dalla vergogna, dall’imbarazzo di esistere, e impedisce di vivere pienamente.
La conseguenza, non meno imbarazzante, di un bisogno di perfezione è una sorta di paralisi dell’anima. E viene da pensare che il dogma di essere perfetti che si trova installato in ognuno di noi abbia questa funzione: ridurre la libertà delle persone. Il bisogno di individuare “difetti” e la difficoltà ad accettarli come parte essenziale dell’esserci si potrebbe paragonare ad una malattia. Non riuscire a eliminare, ridurre, calmierare il giudizio e rimanere attaccato al dogma della perfezione eppure restare vigile su tutto il processo è ancor più imbarazzante. Resti per sempre fissato su ciò che non sei o non fai. E questo modo di considerarti ti rende malleabile, ricattabile, manipolabile. Questa considerazione mi fa pensare a un saggio di Naomi Wolf in cui racconta come un modo, molto sottile, di riduzione del potere femminile è rendere la bellezza un carattere decisivo e farne uno strumento di controllo sociale. Scrive la Wolf: “Quando le donne si sono liberate della Mistica della femminilità della vita domestica, il mito della bellezza si è sostituito a essa, espandendosi per portare avanti la sua opera di controllo sociale”.
Nella prospettiva di Norbert Elias, il ridicolo è uno strumento di controllo sociale ben più efficace della punizione fisica. La paura di essere ridicoli ci tiene dentro i binari delle convenzioni. Non a caso, nelle società premoderne, la charivari – la serenata rumorosa e beffarda sotto le finestre di chi aveva violato le norme matrimoniali – era una pratica diffusa. Il ridicolo pubblico come pena.
L’imbarazzo e il ridicolo intrattengono una relazione complessa, quasi simbiotica. Se l’imbarazzo è, come ho scritto, “un laccio che impedisce i movimenti”, il ridicolo è ciò che quel laccio rende visibile agli altri – e che trasforma un momento privato di disagio in uno spettacolo pubblico. L’imbarazzo teme il ridicolo; il ridicolo si nutre dell’imbarazzo.
L’imbarazzante (e ridicolo) matrimonio di Giuseppe Garibaldi con la giovane marchesina Giuseppina Raimondi può essere un buon esempio di questo connubio tra ridicolo e imbarazzo. Denis Mack Smith, grande storico inglese, nella sua biografia dell’Eroe dei due mondi, scrive che “perfino il re prese parte all’ilarità generale su di un tragico e grossolano interludio nella vita di Garibaldi”. Garibaldi aveva incontrato la fanciulla, di quasi quarant’anni più giovane, nel giugno del 1859 e subito dopo averla conosciuta le si era dichiarato, in ginocchio, presso un albergo sul lago di Como. Garibaldi aveva un certo senso romantico e molto plateale del corteggiamento. La giovane marchesina non si era mostrata molto entusiasta. Sicché, come lo stesso Garibaldi scrive: “forte di quell’amor proprio e di quella dignità d’uomo, che non mi mancò mai in tale circostanza, io decisi di dimenticare quell’angelo!”. Verso la fine dell’anno però fu sorpreso nel ricevere una lettera più accomodante, suggerita forse dal padre della marchesina, che era un garibaldino entusiasta e cercava un buon partito per la figlia illegittima. Garibaldi rispose elencando diversi possibili ostacoli al matrimonio: primo, aveva appena avuto una figlia dalla serva, Battistina Ravello; secondo, il matrimonio poteva comportare una diminuzione della sua popolarità e con ciò un danno alla nazione nel caso di una futura guerra; poi l’età, la salute malferma, la povertà e il suo naturale malinconico non adeguato a giovine donna. La ragazza rispose che tutto ciò era già stato preso in considerazione. Verso la fine del 1859 Garibaldi era fuori a cavallo con Giuseppina quando il suo animale, imbizzarrito, lo portò via per molte miglia e gli fracassò la gamba destra contro un muro. Dovette passare tre settimane a letto presso il padre di lei. Questo rafforzò il legame e lo convinse, il 24 gennaio 1860, a unirsi con lei in matrimonio nella cappella di famiglia. Appena terminato il servizio, però, gli fu messa in mano una lettera e lo si vide diventar paonazzo e d’improvviso urlava furioso. Immediatamente, davanti a tutti, chiese conto alla nuova moglie della lettera ricevuta e delle accuse che vi erano contenute. La marchesina ammise a malincuore. A quel punto, dalla rabbia, il nostro alzò perfino le mani su di lei, la quale, spaventata e rabbiosa, disse che aveva pensato di sposare un eroe, non un qualsiasi brutale soldato.
“In breve, egli se ne andò e non la vide più. Si sono date molte spiegazioni sulla drammatica e poco edificante scena. Quasi certamente la ragazza aspettava un bambino da uno dei suoi ufficiali. Ma il tempismo straordinario della lettera mostra che ci deve anche essere stata una sorta di calcolato intrigo. Egli pensò che qualcuno stava facendogli fare il pubblico zimbello, e questa era una cosa che non avrebbe mai perdonato”. Dopodiché, pochi giorni dopo, Garibaldi era già immerso nei suoi intrighi, quelli politici, e la vicenda del matrimonio e le voci che ne seguirono non gli impedirono di portare a termine l’impresa dei Mille.





